sabato, 19 Settembre 2020

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Aj and The Queen, una serie “fin troppo buona”

Tematiche affrontate un po’ superficialmente, permeate da un “buonismo” eccessivo, ma che come serie comedy non delude.

Aj and The Queen è una serie che aspettavo da tempo, da come si evince da questo mio articolo scritto ormai l’anno scorso. Insomma sono uno dei più grandi fan delle Drag Queen e in particolare di Rupaul’s Drag Race, come potevo non essere entusiasta per l’uscita di una serie con protagonista Rupaul Charles in persona? Una delle Drag Queen di maggior spicco nel panorama mondiale degli ultimi decenni?

Disponibile dal 10 gennaio su Netflix e prodotta da RuPaul Charles con l’aiuto di Michael Patrick King, storico regista di Sex and the City.


Appena ne ho avuto la possibilità l’ho guardata, spalmata in una settimana circa. Gli episodi sono di una durata media di 45 minuti, per un totale di 10 episodi ed una stagione.

La trama è abbastanza semplice. AJ (Izzy G) una bambina di undici anni trascurata, con una madre drogata si nasconde sul camper della Drag Queen Ruby Red, senza parrucca Robert Lincoln (Rupaul), in partenza per un tour, per scroccare un passaggio abusivo verso il Texas, Stato in cui vive il nonno.


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Aj a sinistra e Robert a destra

Una delle cose che mi rendeva più felice riguardo la serie era il fatto che avrei avuto la possibilità di vedere in azione, almeno in parte, la talentuosa perfomer che è Rupaul in vesti femminili. D’altronde si è fatta un nome per un motivo. Per fortuna le mie aspettative sotto quel punto di vista sono state soddisfatte. In quasi ogni episodio infatti ci viene mostrato almeno uno stralcio dell’esibizione di turno della perfomer. E buttala via, voglio dire.

Da questa serie, come avevo scritto in precedenza, mi aspettavo un’alta presenza di messaggi di positività e di amore. E devo dire che ce ne sono stati tantissimi, forse troppi. La serie infatti è permeata quasi da un alone di “buonismo” che risulta a volte un po’ ridicolo. Alcune situazioni infatti diventano quasi poco credibili, soprattutto dato il clima sociale e politico che stiamo vivendo attualmente globalmente. Forse l’idea era quella di trasmettere un messaggio di totale positività e speranza, creando situazioni sì, forse surreali, ma anche che rappresentano la realtà ideale che la maggior parte di noi desidera. Il che spesso non risulta fastidioso, ma in questo specifico contesto forse un po’ forzato.

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Altro obiettivo che la serie si pone è quello di affrontare più temi possibili, inerenti alla società, alla comunità LGBTQ e tanto altro. Il risultato però alla fine è poco soddisfacente, poiché sì, tali temi vengono affrontati, ma quasi tutti in maniera superficiale e poco coinvolgente. Sembra quasi che per ogni episodio ci sia una piccola questione tematica che entro fine episodio deve essere risolta e ciò avviene, data la complessità dell’argomento e il poco tempo, in maniera altamente frettolosa. Questa dinamica ha inoltre spesso finito per fornire il ritratto di una realtà quasi “sbagliata”. Basti pensare al dialogo che Robert ha con il padre appassionato di armi o all’atteggiamento dei poliziotti nei riguardi della comunità gay. Chi ha visto la serie capirà meglio.

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Unico esempio del genere “credibile” alla fine è rimasto l’atteggiamento dei protestanti religiosi nei confronti del concorso di bellezza tra Drag Queen. Una cosa credibile, grazie. Se ne sentiva il bisogno.

Sulla parte recitativa invece possiamo dire che Rupaul non è un attore di professione, ma nonostante questo, secondo me se la cava egregiamente. Ovvio non eccelle, soprattutto in certe scene che pretendono un certo livello di credibilità emozionale, ma tutto sommato è stato più che accettabile e, cosa più importante, credibile. Izzy G invece, insomma, per avere undici anni anche nella realtà è veramente brava. Poi, diciamolo, il ruolo che doveva interpretare non era semplice: una bambina pestifera ma fragile all’interno a causa della situazione famigliare.

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Aj a sinistra e Ruby Red

Devo dire che per me ha compiuto egregiamente il suo dovere e sento di poterlo dire perché all’inizio l’ho odiata con tutto il mio cuore, era realmente fastidiosa e alla fine, ho continuato ad odiarla. Sì, ok, sicuramente ho capito di volerle molto più bene rispetto che all’inizio, ma nonostante questo, il suo personaggio rimane ancorato ad una realtà che si è costruita internamente, testarda fino alla fine, convinta di ciò che non è pur di trovare un po’ di serenità, anche fittizia. E questo atteggiamento si nota particolarmente durante l’ultimo episodio, e ditemi voi se non risulta fastidioso. Non fraintendete, la trovo in realtà una cosa positiva. L’attrice infatti è riuscita ad interpretare al meglio un personaggio ben strutturato e coerente, fino alla fine.

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Tutti gli altri personaggi che gravitano intorno ai protagonisti?…diciamo che molti sono dimenticabili. Escludendo tutti i meravigliosi cameo di stupende Drag Queen nei vari club da Katya a Jujubee, i rimanenti sono pochi e superflui.
Gli unici tre rimasti impressi e anche più presenti sono sicuramente Louis Bell (Michael-Leon Wooley) il migliore amico di Robert, Hector Ramirez (Josh Segarra) il suo fidanzato e Brianna Douglas (Katerina Tannenbaum), la madre di Aj. Il primo non è un attore con i fiocchi (anche lui una Drag Queen) ma riesce ad adempiere abbastanza bene al suo ruolo, risultando simpatico e facendosi amare. Ottimo come “grillo parlante” versione gay del nostro Robert.

Riguardo Hector non dirò molto, perché farei spoiler: personaggio interessante e credibile fino a quando si arriva all’ultimo episodio. Non è tutta colpa sua, ma principalmente, della storia. Vedrete e sarete d’accordo con me.
Brianna invece alla fine della fiera risulta il personaggio più interessante e l’attrice migliore. Una donna, finita a prostituirsi a causa dell’abuso di droga, con una figlia a carico, di cui riesce a prendersi cura soltanto a tratti. Una figura poliedrica che riesce a svilupparsi e maturare nel corso dell’intera serie.

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Da sinistra Josh Segarra, Michael-Leon Wooley, Katerina Tannenbaum e Tia Carrere che interpreta Lady Danger

In effetti, tutta la storia in generale della serie non è incredibilmente affascinante, anzi risulta molto semplicistica e a tratti banale. Insomma non una serie da Oscar o che permetta troppi spunti di riflessione. Ma d’altronde rimane una serie comedy e sotto quel punto di vista funziona molto bene. Non sono mancate le risate e i momenti divertenti, come neanche qualche momento di candida emozione.

Alcuni episodi sono stati sicuramente migliori di altri, ma nel complesso Aj and The Queen rimane una serie godibile, simpatica, utile per chi vuole conoscere un po’ del mondo Drag e farsi due risate.


Non sono assolutamente rimasto deluso, anzi, dato il finale, aspetto con ansia la seconda stagione.

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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