mercoledì, 13 Novembre 2019

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Bojack Horseman – stagione 6 parte 1: Perdonare se stessi

Una delle serie TV più iconiche di Netflix sta giungendo alla sua conclusione. E meno male, potrebbero dire molti. Meglio che una storia finisca prima di  diventare tirata e priva della sua verve, come ormai lo sono i Simpson. Ma fortunatamente non è il caso di Bojack Horseman, che da questa prima parte di stagione ci accompagna in un finale, al solito, cupo e deprimente (nel senso buono) ma anche giustificato in tal modo.

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La terapia di Bojack sembra dare i suoi frutti, non solo sull’aspetto del bere, ma anche su un piano più profondo, più psicologico: capiamo, o meglio Bojack stesso capisce, che tutto ciò che gli è capitato nella vita, per quanto lui stesso fatichi ad ammettere, è colpa sua. Bojack non è un personaggio positivo, assolutamente, ma non è mai stato l’intento della serie dimostrarne il contrario: su di lui lo spettatore dovrebbe riconoscere i propri lati negativi, non rispecchiare i suoi ideali, così da potersi migliorare. Ma come ogni sviluppo caratteriale che si rispetti, Bojack sembra veramente cambiato. Certo, ci sono vari ripensamenti e considerazioni che il cavallo antropomorfo pondera sulle sue dipendenze, ma i creatori non hanno commesso l’errore di farlo ripiombare in una nuova caduta verso l’abisso, così da allungare il brodo e creare una nuova, inutile stagione. Questa è la fine, e il finale di una storia non deve essere per forza felice, ma giusto. E, sperando che non rovinino tutto nel finale vero e proprio, questa serie sembra avviarsi proprio verso quella direzione.


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Si può dire, tuttavia, che nessuno dei personaggi della serie sia positivo: Princess Carolyn è in piena maternità, e l’impatto di questo nuovo stile di vita le porta continue angosce e dubbi; Diane è uno specchio perfetto di Bojack, una brava persona ma con continui dubbi su sé stessa, e che commette errori ai quali, a volte, non cerca di rimediare, il che non dovrebbe sorprendere sia la prova perfetta del perché il rapporto tra lei e il protagonista sia così stretto; Mr. Peanutbutter si è dimostrato essere buono solo esteriormente, una persona che nasconte tradimenti alla donna (o cagna?) che ama dietro un velo fatto di sorrisi e sbalzi d’allegria. Le sfaccettature di ogni personaggio vengono ricalcate e approfondite ad un livello estremo, perfetto per un finale di serie, in cui ogni espediente si completa.

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Un gran pregio di questa stagione è che, seppur sembri inutile dirlo in una storia che conosciamo ormai tutti, in una sola puntata ha saputo affrontare in maniera semplice ma al contempo esplicativa il tema della depressione. Come la gente la vive, come la esprime realmente, come certi pensieri possano influenzare la personalità di qualcuno. Ne avevamo avuto un’altra versione anche in un’ulteriore opera di Waksberg, Undone, nella quale l’agromento viene più approfondito e trattato sicuramente meglio. Ma ovviamente i contesti delle due serie sono diversi, e il modo in cui viene mostrata la depressione nell’una e nell’altra è funzionale al rispettivo contesto.


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Attraverso innumerevoli rivelazioni, segreti svelati e verità nascoste, la sesta stagione ci aiuta a capire che, nonostante tutto il male che possiamo pensare di noi, nonostante l’odio profondo che possiamo provare per noi stessi, non tutto è perduto. E che, tuttavia, se vogliamo farci perdonare dalle persone che amiamo o che semplicemente ci stanno vicino, dobbiamo prima trovare la forza di perdonare noi stessi, la qual cosa è forse più difficile del rivolgere il perdono ad altri.

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Mettendo per un attimo da parte i dialoghi filosofici e tristi, questa serie non perde un minimo del suo umorismo: tra frecciatine avvelenate alla Hollywood moderna a non troppo velate accuse ad aziende e multinazionali (vero, amazon prime è anche rivale di Netflix in campo di streaming, ma certe cose bisogna ammetterle) e sarcasmo sul perbenismo odierno, ogni puntata ha un perfetto equilibrio di comicità e sentimento, come l’aveva nelle precedenti stagioni. Non resta che aspettare il solito penultimo episodio e il pugno nello stomaco psicologico che comporterà.

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Se c’è una critica da porre riguarda Todd. Non tanto il personaggio in sé quanto quel che gli succede: possibile che, in ogni singola stagione, lui debba fare una sciocchezza attraverso la quale, involontariamente e indirettamente, a causa di agenti esterni, raggiunge il successo? Pensavo che questo tropo fosse ormai stato riconosciuto da abbastanza persone da persuadere Waksberg ad abbandonarlo, ma mi devo ricredere. Tolto ciò, l’episodio incentrato su di lui e il rapporto con un’altra determinata persona devo ammettere che è stata una sorpresa. Non ci viene detto apertamente se ciò che fa sia giusto o sbagliato, è semplicemente ciò che lui prova. E provare ciò è totalmente comprensibile.

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Questa stagione, o almeno la prima parte di essa, risulta un ottimo prodotto. È ancora troppo presto per definirla la migliore della serie, non penso neanche sia definibile così, se mantiene questo stile, tuttavia ho fiducia negli sviluppatori, e sono certo che a gennaio ci offriranno un finale degno e giusto, lieto o triste che sia.

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