mercoledì, 11 20 Dicembre19

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Midsommar – Il villaggio dei dannati: il luminosissimo orrore di Ari Aster nasconde una violenza brutalissima

Dove finisce l’amore inizia la setta.

Quando ho realizzato che era il momento di scrivere una mini-recensione dedicata a Midsommar, la nuova pellicola del talentuoso Ari Aster, ho iniziato subito a sudare freddo.

Ma come si può parlare di un film così complesso, di così difficile svisceramento come questo? Come si può far comprendere alle persone che non devono aspettarsi un film cazzaro fatto di jump scare e presenze demoniache dalla dubbia originalità? Ragazzi, questo è un film d’autore. È un “horror” totalmente atipico, totalmente privo di canoni visivi preconfezionati.


Ci troviamo di fronte ad un prodotto che tutto è fuorché tentativo di compiacere il suo pubblico. Ari Aster se ne fotte (e perdonatemi il francesismo) altamente di piacere alle persone. Lui esprime la sua arte, la sua poetica, nella forma che gli pare. 

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Colore, colore e poi ancora colore!

E riesce a ricreare una perfetta, complessa, totalizzante setta di uno sconosciuto rito pagano. Che come tutte le sette, si mostra nella luce più pura, la luce della perfettissima Svezia nella sua festa di Metà Estate, quando il sole brilla sino a mezzanotte e le ore di buio sono pochissime, tanto da far perdere il senso del tempo.


Una luce che pervade tutto lo schermo, una luce che, nella sua falsità, riesce a rappresentare perfettamente l’apparenza esterna di una qualunque società, attenta a tutte le sue formali convenzioni sociali che, di fatto però, nascondono un’oscurità senza limiti fatta di una violenza estrema mascherata da rituali e regole inscritte nella società e perciò immutabili (bellissima la soluzione che questa setta dà al tabù della morte e della vecchiaia). 

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Un gruppo di giovani ragazzi si ritrova proiettato all’interno di questo ambiente idilliaco, ma da subito inquietante. All’interno di esso si ritrova ciò che certamente rappresenta il secondo punto chiave di Midsommar: la relazione di dipendenza totale tra Dani e Christian. Una coppia trasandata, legata forse da un bisogno affettivo/abitudinario che ciascuno prova per l’altro e difficile da ammettere.

Lei, la ragazza insicura che ha vissuto una grande tragedia, lui, il belloccio che vuole godersi la vita, e farsi le sue vacanze con gli amici senza pesi ma che, nonostante tutto, sceglie, forse per pietà, di portarla con sé. Sono personaggi talmente realistici da farti provare imbarazzo, da farti riporre aspettative. Potrei giurare di aver vissuto una relazione del genere, e suppongo che chiunque possa capire quello che provano Dani e Christian. Loro non sanno dire basta ad una relazione che ormai non ha più nulla da condividere, se non la reciproca necessità. 

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La solitudine che prova Dani, ancora troppo fragile per la tragedia che ha colpito la sua famiglia, stretta in questo rapporto che la sacrifica, che la umilia e che non comprende il dolore che prova, la rende certamente l’elemento più interessante all’interno dell’ambiente settario, con le sue meccaniche comunitarie, fatte di fratellanza e condivisione totale, del lavoro, del piacere, del dolore… ma basta, non voglio continuare oltre! 

Guardate questo film (anche se una sola visione a mio parere non basta assolutamente) con gli occhi dell’antropologo che osserva la propria società dall’esterno e lasciate a casa l’idea di passare una serata di terrore sovrannaturale. Qui l’orrore è reale, è intorno a noi, accanto a noi, si nasconde nei nostri compagni, nei nostri amici, nella nostra società.


Silvia

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