mercoledì, 21 Agosto 2019

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Making a Murderer: quando la realtà supera la finzione

Un resoconto unito ad una personale opinione su un documentario Netflix che ho molto apprezzato

Making a Murdered è un documentario presente su Netflix che ho finito di vedere recentemente. Scritto e diretto da Laura Ricciardi e Moira Demos. Prodotto in esclusiva per Netflix.

making a murderer poster - Making a Murderer: quando la realtà supera la finzione

Prima di cominciare a parlarvi di che cosa tratta questo documentario vorrei soffermarmi un attimo sul titolo. Tre parole che danno già un’idea di ciò che andremo a vedere, grazie ad un arguto gioco di parole, da me molto apprezzato. Il classico titolo che uno può aspettarsi quando si parla di un omicidio è: “Making a murder“, in italiano “Compiere un omicidio“. Qui invece troviamo “Making a murderer“. Murderer in italiano significa assassino, quindi la traduzione del titolo diventa: “fare/creare un assassino“. E mai titolo poteva essere più azzeccato.


In questo documentario infatti si parla di un uomo innocente, condannato per crimini che non ha mai commesso. Le persone intorno a lui, le forze dell’ordine, i procuratori lo hanno “reso un assassino“.

Il protagonista di questa orribile storia è Steven Avery, un uomo di campagna, con un’educazione di medio livello che, fin da giovane, ha lavorato nell’azienda di sfasciacarrozze di proprietà della famiglia. I primi eventi si svolgono nel 1985 quando l’uomo viene arrestato per violenza sessuale. Dopo un processo devo dire abbastanza sommario, Steven finisce in prigione con una condanna di 36 anni di reclusione. All’epoca l’uomo aveva 23 anni.


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Steven Avery a 23 anni

Da subito, si parla di manipolazione della vittima, prove poco attendibili et similia. Nonostante tutto però, l’uomo è in carcere e anche dopo vari appelli per riottenere la libertà, la situazione non cambia. Dopo 12 anni circa iniziano a venire a galla le irregolarità di quel processo e delle prove e dichiarazioni che erano state omesse a favore dell’imputato. Da lì inizierà un percorso che porterà alla scarcerazione di Steven Avery dopo ben 18 anni di carcere scontati ingiustamente. Grazie al progresso tecnologico infatti era diventato possibile effettuare test del DNA, cosa che fecero proprio su un pelo pubico che al tempo era stato ritrovato sulla vittima che si rivelò essere di un altro uomo con precedenti di quel tipo, alquanto somigliante al signor Avery.

Steven è ora finalmente libero. Siamo nel 2003 e l’uomo ricomincia a vivere una vita normale, con la sua famiglia, il suo lavoro e la sua fidanzata.

La serenità però dura poco. Dopo circa 2 anni una ragazza, Teresa Halbach, scompare. L’ultimo posto dove è stata vista è proprio la proprietà degli Avery, in particolare ad un appuntamento, per delle foto ad una macchina da vendere, con Steven. Stavolta Steven Avery sarà davvero colpevole oppure no? Quali motivi avrebbe la polizia di incastrarlo nuovamente? Tanti, tantissimi, 36 milioni per la precisione.

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Su questo però non vi dirò di più, perchè vale davvero la pena di guardarlo. Questo è un documentario che supera davvero tutte le fantasie. Tutto ciò che vediamo è accaduto davvero, ma nonostante questo, ci sembra lo stesso di vedere una serie TV, un’opera di finzione, ricca di tutti quegli elementi tipici: giochi di potere, bugie, occultamento di prove e chi più ne ha più ne metta.

Vediamo tutto attraverso un filtro composto da stupore, rabbia, incredulità, che vi porterà a mangiare un episodio dietro l’altro senza pause. Non ne potrete fare a meno e quando lo finirete, sentirete un senso di vuoto e di incompletezza o, almeno, questo è ciò che ho provato io.

Il documentario è fatto veramente bene, non troppo sensazionalistico, ma neanche in modo troppo lineare e piatto. Ci sono fornite tutte le spiegazioni del caso alquanto dettagliatamente e ci dà una visione della situazione generale in ogni sua parte. Nonostante il documentario sia stato accusato di essere fazioso nei riguardi di Steven Avery, io devo (nella mia modestia ed ignoranza) dissentire. I fatti ci vengono infatti presentati e poi nel caso smontati in maniera oggettiva e con la presenza di prove concrete, dagli avvocati, esperti, detective.

Trailer del documentario

È ovvio poi che in due stagioni composte da 10 episodi l’una della durata di un’ora circa, è impossibile mostrarci tutto del caso. Qualcosa doveva per forza essere omessa, ma secondo me, le autrici sono state capaci di prendere gli elementi salienti e più funzionali per riuscire a raccontare al meglio la storia.

Insomma, alla fine dei conti, è stato un documentario che mi ha veramente preso. L’ho apprezzato dall’inizio alla fine e ne consiglio la visione a tutti, perché le persone devono capire quanto il sistema giudiziario (in questo caso Americano) spesso sbagli (ed è palese) e di come sia fatiscente in qualche sua parte. L’ingiustizia è dietro l’angolo, per tutti, sempre.


P.S. Se siete interessati, qui potete trovare alcuni documenti originali del secondo caso che riguarda Steven Avery.

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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