domenica, 13 Ottobre 2019

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Parliamo del Giappone: l’affascinante universo delle uniformi scolastiche

Varie osservazioni sui perché di queste divise e di come si ritagliano uno spazio nell’universo di anime, maga e doujinshi.

Nella cultura scolastica giapponese, le divise sono un elemento chiave e spesso obbligatorio. Nello specifico le divise scolastiche cominciano ad essere usate durante le scuole medie fino alle superiori. Meno spesso, invece, vengono adoperate negli asili e nelle scuole elementari, anche se esistono delle eccezioni.

L’uso della divisa scolastica avviene sia nelle scuole di ordine pubblico che privato, cambia soltanto il tipo di divisa e spesso la qualità di fattura. Una delle cose che ho trovato più affascinanti durante la mia ricerca riguardo le storie delle uniformi scolastiche in Giappone è stato scoprire che entrambi i modelli base (quello per i maschi e quello per le femmine) sono ispirati alle divise militari di determinate forze armate.


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A sinistra la divisa a destra l’uniforme prussiana

Quella dei maschi per esempio, chiamata gakuran, è ispirata alle uniformi militari prussiane dei primi del ‘900. Sono generalmente di colore blu scuro oppure nero, caratterizzate da un colletto rigido che si abbottona dall’alto verso il basso. I bottoni sono inoltre decorati con lo stemma della scuola frequentata, in segno di rispetto verso quest’ultima. Infine i pantaloni sono molto semplici, a gamba dritta e indossati accompagnati da una cintura di colore scuro. Ai piedi sono consentiti soltanto mocassini o scarpe da ginnastica.

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La divisa femminile invece chiamata sailor fuku è modellata sull’uniforme utilizzata dalla British Royal Navy sempre agli inizi del ‘900. Costituita da una camicia bianca ad ampio scollo in stile marinaro e una gonna a pieghe. Il tutto decorato con un fiocco o una cravatta al collo. La divisa si completa con l’utilizzo di mocassini spesso marroni o neri e calzoni lunghi che coprono il polpaccio. Sì, Sailor Moon è chiamata così proprio per la sua divisa alla marinara (ce lo dice anche nella sua frase di trasformazione), simile in tutto alle tipiche uniformi scolastiche femminili.


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A sinistra la divisa a destra l’uniforme militare

Ovviamente poi, dato che le stagioni cambiano, le divise cambiano con loro, andando a modificare lunghezze e tessuti che compongono i vari indumenti.

Ora che abbiamo fatto le dovute premesse possiamo passare al fulcro dell’articolo.

Nella maggioranza degli anime e manga, soprattutto di genere shoujo o comunque in cui si racconta di vicende inerenti alla scuola, con protagonisti giovani adolescenti, le divise sono costantemente presenti, come identificativo dei personaggi e soprattutto della loro età. Questo è ovviamente un elemento della cultura giapponese che è andato a ritagliarsi uno spazio nelle sue più famose opere di finzione.

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Voglio aprire però qui un piccolo dibattito, sulla effettiva utilità di questo tipo di abbigliamento.

Alla totalità degli studenti (almeno nella maggiorparte degli istituti) è concesso apportare modifiche alle proprie divise, con abbellimenti o leggeri cambiamenti agli indumenti stessi. Molte ragazze, per esempio, accorciano la propria gonna o abbelliscono il tutto con gioielli o fiocchi particolarmente colorati. A loro modo diciamo che gli studenti sono quindi liberi (fino ad un certo punto) di esprimere la propria creatività.

Questo è sicuramente un punto a favore, dato che spesso, soprattutto negli anime, siamo abituati a vedere una certa rigidità nelle regole del vestiario, in particolare quando è obbligatorio l’uso della divisa.

Per esempio, nel manga di Saburouta, nonché anime Citrus, soprattutto all’inizio ci si concentra spesso sulla situazione della protagonista, Yuzu: trasferitasi in una nuova scuola, non è abituata ad una tale rigidità riguardo la divisa e alle severe regole riguardo al colore dei capelli e al proprio aspetto. Decide quindi di arricchire e modificare quest’ultima a proprio piacimento, in maniera però esagerata secondo i regolamenti scolastici. Molte volte infatti finisce a dover eseguire lavori extra scolastici per punizione o riceve dei richiami verbali proprio per questa “mancanza di rispetto”.

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Qui in realtà è molto sobria Yuzu, ma non ne ho trovate di migliori xD

Pensandoci bene però, è davvero così necessaria? Perchè come in Italia, non lasciare che i ragazzi indossino cosa più gli piace? E poi, non pensiamo a tutte quelle giovani persone che magari si trovano a disagio con le gonne e preferirebbero indossare i pantaloni o il contrario? Persone che quindi preferirebbero indossare la gonna piuttosto che dei pantaloni.

Queste sono forse tutte considerazioni che in Giappone nessuno ha il coraggio di fare o forse nessuno le fa perchè davvero nessuno ci pensa. E quell’unica persona che magari si sente così non ha il coraggio di esprimerlo perchè non riceverebbe probabilmente nessuna risposta in cambio. Questo tipo di disagio infatti, penso sia davvero poco considerato in questa parte di mondo, dove i disagi legati al genere sono argomenti poco assodati e di cui spesso purtroppo non si parla affatto.

Le divise io le vedo come delle costrizioni che vanno a ledere la libertà espressiva e di essere delle persone. Create per rendere tutti uguali e riconoscibili in una specie di universo distopico di eccessiva omogeneità. Ho potuto però in effetti riflettere bene su questo argomento e penso che forse in Giappone le cose siano molto diverse, ma soprattutto la loro mentalità è molto diversa.

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Il loro senso dell’onore e del rispetto, lo sappiamo tutti, è particolarmente forte e queste divise sono probabilmente viste proprio come simbolo di onore nei riguardi della scuola frequentata. Basti pensare allo stemma della scuola inciso sui bottoni nelle divise maschili. I giovani giapponesi penso non vedano le divise come una costrizione ma anzi come un modo per appunto rendere omaggio alla scuola, un luogo che li sta educando alla vita adulta, che li sta acculturando e facendo diventare delle persone migliori.

Pensando poi all’omogeneità lo sappiamo bene che i giapponesi tendono a pensare al meglio per il gruppo piuttosto che per il singolo. Sì, facendo psicologia sociale ho potuto studiare l’argomento, quindi ne parlo con cognizione di causa. Loro guardano infatti prima di tutto al bene comune, non al proprio interesse. Le divise anche qui quindi probabilmente vanno a creare quella comunità così vitale per la loro cultura. Li mette tutti sullo stesso livello e gli permette di essere riconoscibili e di riconoscersi l’uno nell’altro.

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Ovviamente, questa rimane una mia riflessione, ma consultando alcune ricerche mi sono reso conto che questa mia idea non si discosta poi tanto dalla realtà. Moltissimi studenti, infatti, riconoscono nella divisa ciò di cui ho parlato nell’ultima parte del paragrafo precedente: il fatto che creino comunità, li renda riconoscibili, ecc. Dall’altra però, ne vedono gli aspetti negativi, quelli di cui parlo nella prima parte del paragrafo precedente: in primis non permette libertà espressiva, sopprime l’individualità ed infine dà l’impressione a questi ultimi di essere costantemente controllati da quella che è l’istituzione scolastica.

Insomma, anche per i diretti interessanti le divise hanno ovviamente i loro lati positivi come negativi.

Inoltre, vorrei parlare di un piccolo passo avanti che è riuscito comunque a fare il Sol Levante rispetto alla rigidità di queste uniformi. Proprio quest’anno, infatti, in un liceo di Kashiwa, nella Prefettura di Chiba (nord  di Tokyo) sono state approvate le divise scolastiche unisex, proprio con l’obiettivo di mettere a proprio agio quegli studenti che trovano difficoltà a riconoscersi nel genere di nascita. In questo liceo quindi è ora possibile scambiare gli elementi delle varie divise e usare le parti che più aggradano singolarmente ad ogni studente. Un ragazzo può benissimo arrivare in classe in gonna e una ragazza con i pantaloni a gamba dritta.

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Le uniformi scambiabili

Questo è sicuramente un ottimo passo avanti che può trasformarsi in un fantastico punto di inizio per sdoganare questo tipo di tematiche, ancora poco discusse, come prima detto, purtroppo in questo Paese. È bene infatti insegnare ai ragazzi, fin da giovani che non esistono barriere nette che ci definiscono nel genere, nella sessualità, ecc. Ognuno è un essere umano è ha la libertà di essere ed esprimersi anche nel vestiario come più gli aggrada.

Negli anime non notiamo spesso in questo elemento tutta la complessità psicologica di cui ho appena parlato sopra, cosa che sarebbe veramente interessante.

In un anime in particolare però, si può notare come alle divise si sia data una certa importanza simbolica e rappresentativa.

Mi riferisco a Hourou Musuko di cui ho parlato qui abbastanza nel dettaglio. In questo anime (nonché anche manga di Takako Shimura) la divisa della protagonista assume un ruolo più o meno chiave per quest’ultima e per lo spettatore.

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I protagonisti che indossano le divise che non sentono loro

La giovane protagonista è in realtà un ragazzino che si sente però nel corpo sbagliato. Vorrebbe infatti essere una giovane ragazza. Questo la porta a sperimentare e voler provare a tutti i costi la divisa femminile, poichè si sente costretta in quella maschile, che non la fa sentire a proprio agio e anzi le causa disforia (malessere percepito da un individuo che non si riconosce nel proprio sesso fenotipico o nel genere assegnatogli alla nascita).

Nel momento in cui la giovane ha il coraggio di cambiare uniforme ed esporsi agli altri con quella che sente sua, possiamo vedere in quel gesto una nuova sicurezza di sé e un passo verso la realizzazione di se stessa. L’uniforme assume qui quindi una funzione intensa ed interessante, profonda e psicologica. Un simbolo di maturità e rinnovata sicurezza.

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La protagonista a sinistra e il suo amico a destra (l’altro protagonista)

Un elemento così basico si trasforma in un qualcosa di incredibilmente profondo. La stessa cosa avviene per il suo amico, una giovane ragazza che si sente in realtà un ragazzino. Nello stesso modo nel momento in cui impara a sentirsi sicuro nella divisa maschile riesce a fare un passo avanti verso una migliore ricerca di se stess*

Ovviamente, io sono qui per raccontarvi il più possibile su questo universo, incluse le parti più oscure e a tratti “inquietanti”.

Come ho detto prima sappiamo come le divise scolastiche abbiano una funzione di riconoscimento negli anime e nei manga: sinonimo di giovinezza, carineria e bellezza, soprattutto per le ragazze e di conseguenze le divise femminili.

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Studentesse con il costume scolastico

Per questo ovviamente, come in tutto, anche in questo campo si è arrivati all’esagerazione, andandosi a creare una vera e propria feticizzazione per le divise scolastiche femminili che possiamo vedere nei vari manga e anime di genere hentai (genere di cui vi ho già parlato nello scorso editoriale). Vi rinfresco comunque la memoria: gli hentai possono essere ricondotti indicativamente ai porno di qualsiasi genere, in questo caso però trasportati nell’universo dell’animazione o della fumettistica giapponese.

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Anime di genere ecchi: Ikkitousen

Pensate che questa feticizzazione è iniziata negli ormai lontani anni ‘50 in cui le ragazze in uniforme scolastica erano state trasformate in oggetti sessuali, presenti nei primi romanzi erotici e pornografici, descritte in scene in cui si sbottonavano timidamente la camicia.

Negli anni ‘60 queste figure hanno vissuto una sorta di “evoluzione” passando dal semplice gesto provocante al vero e proprio atto sessuale. In questo nuovo tipo di storie, in parte legate al genere ero-guro (di cui parlo in questo articolo), le ragazze erano sedotte o violentate da mostri, cattivi maestri o parenti più anziani. Queste sono rimaste fino al giorno d’oggi le tematiche più presenti in manga e anime di genere hentai con queste ultime protagoniste.

So già cosa state pensando ora e per questo vi rimando al mio precedente editoriale (qui sotto) di cui parlo più approfonditamente di questo tipo di opere e soprattutto dei loro vari perché. Tratto comunque anche altri interessanti argomenti, quindi dategli un occhiata.

Negli anni ’90 si iniziò a parlare poi di un nuovo e particolare fenomeno dell’industria sessuale sempre legato alle divise scolastiche femminili. Molte studentesse, definite burusera, avevano iniziato a vendere i propri pantaloncini da ginnastica (facenti parte del set di divise per la scuola) ovviamente usati e con sopra un campione della propria saliva a molti sexy shop. Era per loro un modo facile per fare soldi.

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Questo portò alla luce l’esistenza di un giro di “prostituzione” minorile. In pratica una ragazza minorenne: adolescente o pre-adolescente si metteva a disposizione per un incontro, tendenzialmente con uomini adulti in cambio di regali o denaro. Nella quasi totalità dei casi non c’era alcun tipo di interazione sessuale tra le due persone, ma soltanto un incontro.

Questo tipo di chiamiamolo impropriamente “prostituzione” è ancora oggi molto presente all’interno della società nipponica ma ancora oggi come negli anni ’90, non si arriva praticamente mai allatto sessuale o comunque a performance sessuali.

Come si può dedurre infatti anche dalle mie parole presenti nello scorso editoriale da me scritto su argomenti simili, a questi uomini basta la presenza e la tranquilla compagnia di una ragazza in uniforme per essere soddisfatti, secondo l’idea che si erano creati nella loro mente . È l’idea della divisa, magari vederla, sfiorarla che dà loro un senso di appagamento mentale e, in certi casi, sessuale.

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Uniformi più occidentalizzanti

Pensate che la maggioranza delle scuole superiori ha deciso di optare per gonne più occidentali e giacche, in risposta all’eccessiva feticizzazione della divisa alla marinara (sailor fuku). Anche se da come abbiamo capito questo cambiamento non ha fermato in alcun modo quest’ultimo fenomeno.

Ma perchè non si è fermato? O almeno ridotto? Pensateci un attimo: forse allora il fenomeno non è legato alla mera divisa in sé ma all’idea che queste persone si fanno riguardo una ragazza in divisa e non solo, riguardo anche alla sua compagnia e al passare del tempo insieme.
Riprendiamo a questo proposito l’argomento della solitudine e della mancanza di affetto troppo spesso presente in Giappone. Quegli uomini di mezza età che spesso usufruiscono di questo “servizio”, a causa dei lunghi orari di lavoro e spesso della poca sicurezza in se stessi, non riescono ad approcciarsi agli altri (soprattutto di sesso femminile) e ripiegano su una scelta comoda e un po’ di affetto a pagamento. Passare del tempo con una persona più giovane che possa farti sentire almeno per un po’ amato. Non c’è sempre solo l’aspetto sessuale in tutto ciò che vediamo, non tutto è ciò che sembra, teniamolo sempre a mente. Gli eventi e le situazioni sono sempre diverse tra loro e ciascuna nasconde una spiegazione non semplice e punti su cui riflettere. Non guardate sempre le cose da un solo punto di vista.

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Le uniformi sono un altro elemento tipico della quotidianità e della cultura nipponica che è andato a ritagliarsi uno spazio importante all’interno degli anime, dei manga, delle doujinshi. Un elemento rappresentativo e a volte simbolico, spesso banale, a volte fortemente profondo. Ancora una volta la storia di questo elemento è caratterizzato da un percorso affascinante che affonda le sue radici in un tempo lontano.


Ogni elemento che vediamo e troviamo negli anime, nei manga, nelle doujinshi, anche ciò che ci sembra più scontano e banale in realtà nasconde una storia, dei perché, dei segreti e io con questa rubrica mensile sono qui per parlarvene, di ognuno di loro. Perché in Giappone nulla è fatto per caso e nulla è davvero banale come ci vogliono far credere.

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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