lunedì, 21 Ottobre 2019

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Peaky Blinders stagione 5 – Raccogli ciò che semini

Quale immagine può definire meglio il tumulto interiore di Thomas Shelby di un campo minato, che sembra quasi un terreno coltivabile pronto per la semina? Thomas non ha fatto altro che piantare bombe per tutta la sua vita, in quell’enorme campo che è il mondo, e ora stanno per esplodere, rischiando di distruggere tutto ciò che lui ha creato, la torre d’avorio che lui ha costruito coi corpi di chi gli si opponeva.

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Thomas è giunto dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Da semplice capo di una banda criminale di Birmingham ora è membro del Parlamento inglese, i suoi meriti gli hanno valso rispetto sia da parte della Corona sia da parte dei labouristi, dei quali ora è un fiero rappresentante. Ha sacrificato sudore e sangue, non solo suoi, per sedersi su questo suo trono, e dal quale può sia influenzare più facilmente il popolo sia tenere un occhio di riguardo verso la sua famiglia, la sua banda.


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Ma una persona che è giunta fino a questo punto camminando su una strada fatta di cadaveri non dorme di certo sonni tranquilli, o dorme molto poco, e ciò che ha fatto gli varrà minacce, timori e anche diverse e dolorose sconfitte. La prima di queste, gli arriva forte come un pugno allo stomaco all’inizio del primo episodio: il famoso crollo della Borsa di Wall Street del 1929, che causò una profonda crisi non solo in America, ma anche in tutta Europa.

Ciò mette in seria difficoltà economica lui e i Peaky Blinders, e rende il suo monopolio una preda perfetta per tutti coloro che intendono appropriarsi della sua corona, tra i quali vi è forse anche suo cugino Michael, tornato a casa con una moglie americana e idee poco concordanti con quelle di Tommy. Oltre a ciò, forse il cavaliere labourista è riuscito a trovare un avversario che non può sconfiggere, un uomo che simboleggia il futuro dell’Europa, nel decennio a venire: Oswald Mosley, leader dell’Unione Britannica dei Fascisti, che mina le fondamenta dell’impero Shelby, soprattutto le minacce agli zingari e agli ebrei. Perché il nazionalismo, pane per i popoli degli anni successivi, fa sentire la gente al sicuro e addita come nemici diversi alleati di Tommy.


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Tale stagione è un coronamento a tutto ciò che è Peaky Blinders. Le conseguenze di tutto ciò che la banda ha attuato negli scorsi anni si ripercuotono come un fiume in piena non solo su Thomas, ma anche su Arthur, Polly e tutta la sua famiglia.

Le tensioni di Thomas sono perfettamente rappresentate anche nello sfondo: la scenografia diventa un perfetto specchio della sua mente, in scene con campi larghi, soprattutto nel già citato campo minato, nel quale, vere o oniriche che siano, le paure del protagonista si ripercuotono.
I piani sequenza abbondano in questa stagione, più che nelle precedenti, principalmente nelle scene di tensione, dando allo spettatore sia un senso di realismo scenico sia una sensazione di angoscia vivida per quel che potrebbe succedere.

Gli attori sono, come sempre, a dir poco perfetti, a iniziare dal viso marmoreo di Cilian Murphy, assoluta trasposizione della psicologia del personaggio; un encomio speciale va a Paul Anderson, che si riconferma un Arthur imprevedibile ma proprio per questo altamente affascinante.

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Peccano tuttavia due fattori: l’eccessiva ristrettezza della serie: un’opera così bella e maestosa si dovrebbe gustare più a lungo, con almeno 10 episodi a stagione. In secondo luogo, spiace molto non vedere Al Capone, citato da Thomas stesso come suo collaboratore nella precedente stagione, e che tutti noi speravamo dovesse apparire in questa. L’uomo che più di tutti ha saputo come sfruttare il proibizionismo scaturito dalla crisi del ’29 avrebbe meritato molto di più.


Tolto ciò, la quinta stagione di Peaky Blinders riconferma la serie TV come una delle migliori degli ultimi anni, pronta ad entrare nel podio assieme a Breaking Bad, o Il Trono di Spade. Speriamo solo non finisca allo stesso modo di quest’ultima.

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