mercoledì, 25 Novembre 2020

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Perché “The Witcher” non mi è piaciuto

Ho letto tutti i libri della saga di Andrzej Sapkowski, ho giocato a tutti i videogiochi, letto tutti i fumetti, mi sono persino sorbito la scrausa serie polacca di inizio anni 2000. Adoro le avventure di Geralt di Rivia, la ritengo migliore delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco ed è una delle mie saghe fantasy preferite.
All’inizio l’idea di una serie TV basata su tali romanzi mi eccitò non poco, Netflix non se la cava male (o meglio, non se l’era cavata male) con le trasposizioni dei romanzi fantastici, basti pensare a Una Serie di Sfortunati Eventi. Tuttavia, con questo prodotto, unito al Dracula di Moffat, temo di dovermi ricredere.

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Per chi non lo sapesse, all’inizio Sapkowski non aveva la minima intenzione di scrivere una saga: i primi due libri (Il Guardiano degli Innocenti e La Spada del Destino) sono una raccolta di racconti autoconclusivi, ognuno dei quali prende spunto da una famosa fiaba e la ripropone in chiave cruda e matura, ma rispettandone comunque gli insegnamenti e la filosofia. Dunque, era così difficile creare una stagione simile, come successe a suo tempo con Steven Universe? Episodi a sé stanti, creati per introdurre il mondo, i personaggi, la Lore e lo stile, per poi iniziare la vera e peopria storia? Così facendo si sarebbe creato un hook semplice ma interessante, che poi si sarebbe sviluppato e arricchito in futuro. A quanto pare sì, era difficile. Si è voluto fare un enorme e confuso miscuglio: in ogni episodio vi sono due, se non più, focus: uno su Geralt mentre affronta una missione tratta dalle già citate fiabe, e un altro su Ciri, o Yennefer, e sul loro sviluppo caratteriale. Come se non bastasse, in ogni sua avventura, Geralt trova sempre un collegamento col suo futuro incontro con Ciri, o una citazione ad un’avventura passata. Non dico che non si dovrebbero sviluppare i personaggi, ma nei libri non c’importava di sapere quale storia vi fosse prima e quale dopo, ci importava solo seguire tale storia, senza preoccuparci di inutili collegamenti.


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Il tutto è contornato da una regia e un montaggio fin troppo affrettati, tolto forse il primo episodio che ancora riesce ad avere una sua identità, che a molti hanno ricordato le serie TV di Hercules e Xena, mentre io mi aspettavo che dovesse apparire da un momento all’altro la sigla di Per Fantastica Avventura che vedevo da piccolo. E per chi conosce Geralt, può confermare assieme a me che una sua trasposizione meriterebbe uno stile migliore di quello di una serie di Sam Raimi. Senza poi parlare di una CGI sciatta, con un render e delle ombreggiature deboli. Rende molto meglio il trucco, basti pensare al design della Strige: lì si nota che gli autori hanno voluto osare. Peccato non si possa dire lo stesso del resto della serie nella sua totalità.

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Hanno stravolto personaggi come Yennefer, diventata sterile non perché, semplicemente, è una strega, e grazie alla sua magia ha saputo modificare DA SOLA il suo aspetto esteriore, ma perché, attraverso un rituale, ha… sacrificato il suo utero per curarsi dalla cifosi. Sì, perché a quanto pare la magia non è più “Arte, caos e scienza: una benedizione, una maledizione e una conoscenza“, ma semplicemente caos, che per dare qualcosa deve prendere qualcos’altro. Siamo in The Witcher o in Fullmetal Alchemist?
Non vorrei parlare neanche di come hanno minimizzato, sia come importanza sia come poteri, il personaggio di Vilgefortz.


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Ma la cosa che più di tutte mi ha fatto infuriare è l’aver tagliato alcuni dei momenti più emotivi, romantici e commoventi dei libri, o modificarli mettendoci delle battutine alla MCU (“Eccome se è vivo!”) o domande che non c’entrano nulla col momento (“Chi è Yennefer?”). Valeva davvero la pena dare il contentino al pubblico togliendo l’identità al prodotto?

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Se vogliamo dare dei pregi alla serie, oltre al già citato trucco sorprendente, la colonna sonora è accattivante, e “Toss a coin to your Witcher” penso la canticchierò ancora per un paio di mesi; Henry Cavill mi ha stupito come Geralt, le sue intenzioni e le sue coreografie sono davvero ben rese. Ma per il resto, temo che questa serie piacerà più ai profani dei libri, com’è successo con I Crimini di Grindelwald. A me non ha dato molto se non un senso di amarezza e delusione. Vedo tuttavia che continua ad avere successo tra il pubblico, a dispetto della critica. E visto che il pubblico ha sempre ragione, pare che si andrà avanti così. Ma se si vuole puntare più in altro con le serie fantasy dell’anno scorso, si dovrebbero guardare Il Principe dei Draghi, American Gods, His Dark Materials o Good Omens.

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