lunedì, 21 Ottobre 2019

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Mindhunter, seconda stagione: quando il male è dentro la mente umana – recensione

In realtà, trovo davvero difficile trovare delle parole adatte per parlarvi di Mindhunter in generale, non solo di questa stagione. Forse la ritengo una delle migliori serie del suo genere che abbia mai visto, con alcuni fattori che la rendono essenziale per il panorama delle serie TV e che mi conquista episodio dopo episodio, pur essendoci alcune cose che il naso me lo fanno leggermente storcere. Ma magari alcuni si stanno chiedendo: “che cos’è Mindhunter?”

Si tratta di una serie true crime con protagonisti Holden Ford (Jonathan Groff), giovane ex negoziatore dell’FBI, Bill Tench (Holt McCallany) del reparto di scienze comportamentali e la professoressa Wendy Carr (Anna Torv). Insieme decideranno, andando anche contro ai loro superiori più di una volta, che inizialmente trovano la loro idea una perdita di tempo totalmente stupida, di creare un nuovo metodo di indagine chiamato profiling, che si basa sullo studio degli assassini seriali per poter tracciare un profilo psicologico comune, cosa che potrebbe aiutare a trovare i killer in libertà molto prima rispetto ai tempi che solitamente ci si impiega. Per far ciò inizieranno ad intervistare i più famosi pluriomicidi di tutta l’America, andando così a scoprire lati della psiche umana ancora non ben esplorati o comunque tralasciati il più delle volte.


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Il team al completo: da sinistra Greg Smith, Holden Ford, Bill Tench e Wendy Carr

In questa nuova stagione si inizia là da dove si è conclusa la precedente (anche se in molti erano convinti che il tempo passato fosse almeno di alcuni mesi), ossia con Holden che finisce in ospedale dopo aver avuto numerosi attacchi di panico, provocati dallo strambo incontro con Kemper, il famoso serial killer che avevano intervistato tantissime volte.

ATTENZIONE SPOILER, NON PROSEGUITE SE NON AVETE FINITO LA PRIMA STAGIONE (ed ovviamente la seconda)


Nella seconda stagione le cose cambiano, anzi una in particolare. Il capo dell’unità di Ford e Tench non sarà più Shepard, andato in pensione anche per colpa del giovane profiler, ma Ted Gunn. Quest’ultimo, è affascinato dal lavoro svolto dai due agenti, ed è deciso di dar loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Lo studio si allarga, hanno più aiuti, più permessi e più varietà di scelta per le interviste. Questo però comporta anche molto più lavoro, ed è una cosa che difficilmente la squadra può permettersi. Sono ancora pochi, e Gunn vuole velocizzare le cose. Ed è per questo che anche Carr e Greg Smith, altro membro del team, inizieranno a fare interrogatori per conto loro, anche se meno preparati.

Mindhunter 2 stagione Jonathan Groff nella parte di Holden Ford. Credits Netflix - Mindhunter, seconda stagione: quando il male è dentro la mente umana - recensione

Punto fondamentale della stagione, però, sono gli omicidi di Atlanta, un caso che ancora oggi terrorizza le persone della città. Ford entra in contatto con le madri delle vittime, tutti ragazzini afroamericani di età compresa tra i 7 e i 14 anni, quando ad essere morti erano solo tre bambini. Rimane si molto colpito dalla faccenda, ma se non gli viene detto di indagare, non può fare nulla. Solo arrivati a quasi 20 bambini scomparsi l’FBI può fare qualcosa. Una indagine lunga, estenuante, che fa perdere la testa a chiunque. Non solo Ford inizia ad essere ossessionato dal caso e dal profilo che ha creato, ma la città intera, sotto shock per l’accaduto, inizia una guerra personale. La comunità afroamericana, infatti, si sente ovviamente attaccata, dando la colpa al KKK e all’odio verso le persone di colore. Questa cosa è rappresentata divinamente nella serie, ti distrugge lentamente colpito dall’odio e dalla paura papabili delle persone che vediamo sullo schermo.

Alla fine, viene catturato un giovane afroamericano poco più che ventenne, corrispondete al profilo di Ford, che viene subito condannato per due omicidi e indagato anche per gli altri 25. Dico indagato e non condannato perché è possibile che ai tempi si cercasse solo un capro espiatorio, ritrovato appunto in Wayne Williams (il ragazzo catturato). Però nessuno era convinto avesse compiuto tutti i crimini, neanche Ford, anche se continua a ripeterlo a tutti (alle madri dei bambini in particolare), forse per convincersi di avere ragione. Il dramma vero però, arriva adesso. Sono passati ormai 38 anni da quella terribile tragedia che colpì la popolazione di Atlanta e dell’America in generale, ma il killer di tutti i bambini non è mai stato realmente identificato. Una cosa che forse non viene spiegata bene del telefilm è che Williams fu sì condannato per due omicidi, ma erano entrambi adulti (uno di questi viene nominato nella serie). Per questo motivo è una cosa che ancora oggi fa tremare tutti dalla paura, perché molto probabilmente il killer è ancora là fuori. Una cosa che non mi torna è a livello tempistico. Questo caso, nella realtà, è andato avanti due anni, ma nella serie non sembra passare così tanto tempo.

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La scena in questione con il figlio di Tench che osserva una bambina mette i brividi, poiché lo sguardo del giovane è davvero molto cupo e misterioso

Tralasciando comunque questo caso, ci vengono mostrate anche le vicende personali di Tench e Carr, alternati al caso ed alle interviste. Per quanto riguarda lei, semplicemente ci viene narrata la love story con una barista, che le farà capire alcune cose sul proprio carattere. Bill invece dovrà affrontare qualcosa di enorme. Suo figlio, che dal nulla si è fatto un sacco di amici ed è più attivo, rimane invischiato nell’omicidio di un bambino di due anni. Fu lui a prendere le chiavi della casa in cui il corpicino fu ritrovato, e fu sua anche l’idea di mettere la vittima in croce, a suo dire per riportarlo in vita come successe per Gesù. Pur essendo scagionato, la vita del piccolo e dei genitori però cambia in modo drastico. Lui torna lentamente indietro nel tempo a livello mentale, comportandosi molte volte come un bimbo piccolo. In più si emargina ogni giorno maggiormente venendo deriso dai compagni, non parla mai e si blocca a fissare bambine. La moglie di Bill impazzisce, non riuscendo a gestire questa cosa da sola mentre il marito va e viene per motivi di lavoro ovviamente, andando poi a concludersi in modo triste. La moglie ed il figlio di Tench infatti traslocano mentre l’agente è ad Atlanta, senza informarlo.

Una cosa però mi ha lasciato leggermente spiazzato, ossia la poca quantità di interviste. Certo, quelle che ci son state erano con personaggi abbastanza importanti della cronaca nera americana come Il figlio di Sam o Charles Manson, ma anche in quel caso sono davvero molto brevi, e sono quasi solo nella prima metà della stagione, tranne due tenutesi un pochetto più avanti e condotte da Wendy e Gregg. Capisco ovviamente il bisogno di rendere più umano il tutto, e far vedere che effettivamente grazie agli studi qualcosa si può concludere (anche se in questo caso si è risolto ben poco), però la cosa che più rende interessante quest’opera sono proprio le interviste, lo studio della mente umana ed in particolare quella di un serial killer. Scoprire perché ha fatto certe cose, come agisce e tutte le cose legate ai casi. Certo, adoro assistere alle indagini, ma preferirei un maggiore bilanciamento come nella prima stagione più o meno, ecco tutto.

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A livello tecnico, Mindhunter è stupenda. La regia è fantastica, con delle riprese che colpiscono subito, una fotografia ben studiata e quant’altro. E non sto parlando solo della seconda stagione, ma di tutta la serie in generale. Ovviamente, la partecipazione di David Fincher come produttore esecutivo fa sentire il suo peso, portando un titolo che ben ricordo opere come Zodiac, Seven e altre opere sempre collegate a lui.

La cosa bella di questa serie è che la suspence c’è sempre, è presente durante ogni intervista e ogni caso ma non si incrementa andando poi ad esplodere ad un certo punto, bensì mantenendo sempre lo stesso (già di per se altissimo) livello. Le interviste appunto non annoiano mai, lasciandoci sempre con il fiato sospeso perché non c’è cosa che mette più ansia dello scoprire nuove cose riguardanti la follia umana.

Non so se ne siete al corrente, ma Mindhunter è tratto da una storia vera, ma credo si fosse capito dall’inizio. L’opera che è stata presa come spunto è il libro Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit scritto da John E. Douglas e Mark Olshaker. Douglas è la persona a cui il personaggio di Ford si ispira in tutto e per tutto, quindi grossomodo la serie racconta la vita dell’agente, anche se magari con alcune cose aggiunte o tolte. Anche Tench e Carr sono ovviamente ispirati a due personaggi realmente esistenti, ossia rispettivamente sull’ispettore Ressler e la dottoressa Ann Wolbert Burgess.

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Ecco David Berkowitz (il figlio di Sam) nella realtà a sinistra e nella serie a destra: la dimostrazione di un lavoro eccellente, visto che i due sono identici

A livello recitativo si toccano livelli davvero altissimi. Tralasciando i protagonisti che sono sempre ottimi, fornendo delle interpretazioni davvero perfette che confermano la loro bravura (sopratutto Groff, a mio parere), i vari serial killer sono più che adatti. Già si sapeva quanto l’attore che interpreta Kemper fosse bravo e molto simile all’originale, ma i creatori della serie hanno voluto ricercare la perfezione con qualsiasi personaggio pubblico e realmente esistente. Basti pensare a Manson che a mio parere è perfetto nella parte, o anche a David Berkowitz (il figlio di Sam) che vi giuro è identico all’originale, o ancora allo strangolatore BTK.

Su quest’ultimo vorrei spendere due parole, poiché nella serie è molto presente, ma senza approfondire troppo il caso. Nelle prime puntate, Tench sta investigando proprio su di lui, e ad ogni episodio si vede qualcosina che lo riguarda. Oltretutto la stagione inizia e finisce con lui, in modo molto inquietante ma sotto alcuni aspetti diverso. Se all’inizio viene semplicemente colto proprio mentre sta compiendo una pratica sessuale bizzarra, alla fine, nell’ultimo episodio, lo si vede mentre compie sì la stessa pratica, ma questa volta con una strana maschera, vestito da donna e guardando i “souvenir” rubati alle vittime. Quella scena in particolare mi ha inquietato non poco, facendomi rimanere a bocca aperta.

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Il finale in sé ci fa capire che Mindhunter può essere praticamente infinito. Se stanno solo a vedere i casi e le interviste seguite da Douglas, hanno materiale per più di 15 anni di lavoro dell’uomo nell’FBI. Secondo me però andranno ad aggiungere casi che teoricamente non sono stati seguiti dai due agenti originali, ma che andrebbero benissimo per rendere le varie stagioni più interessanti. Sicuramente aspettiamoci una terza stagione incentrata su BTK, non può essere stato mostrato così tanto per nulla. Certo, devono ancora rinnovarla ufficialmente ma non ho dubbi a riguardo, fra minimo due anni una nuova stagione arriverà. Oltretutto Fincher ha recentemente detto che vorrebbe fare almeno cinque stagioni, quindi dipende tutto da ciò che decide Netflix alla fine.


Nel collettivo l’opera è qualcosa che a noi, amanti del genere, serviva. Questa esplorazione della psiche umana è ottima, rapisce chiunque ed è fatta bene. La trama secondaria dei protagonisti alla fine si sposa anche bene col tutto, andando ad alleggerire (ma sopratutto allungare) la serie, e se ci pensate è anche un bene. Non posso che non consigliarvi, dopo tutte le belle parole che ho speso a riguardo, Mindhunter. Se cercate qualcosa di psicologico, che faccia paura non per dei jumpscare randomici ma per la realtà malefica che ci circorda, questo è proprio il titolo adatto a voi, non ve ne pentirete.

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