martedì, 10 20 Dicembre19

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The Irishman – Il testamento del Sogno Americano

Ho pensato a lungo a cosa potrebbe essere The Irishman, a cosa potrebbe voler comunicare l’ultima, eloquente inquadratura. È un biopic? È un’epopea sulla vita di un uomo? È una confessione? Ebbene, dopo un lungo ragionamento, penso che sia principalmente un testamento. Non tanto il testamento di una persona ai suoi cari, quando più di un’epoca ormai passata, diretto alle generazioni future, un resoconto di segreti, fatti e azioni compiute da un’America quasi dimenticata, ma non per questo sparita. Un’America che Scorsese non ha mai smesso di raccontare, neanche nei suoi particolari più sanguinosi. Forse un testamento indiretto dello stesso regista, che nonostante sia riconosciuto come uno degli artisti più influenti della storia di Hollywood, si è visto costretto a cedere alle pressioni della modernità, e lasciare che una piattaforma streaming gestisse la distribuzione del suo ultimo lavoro, nonostante le sue discutibili politiche.

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Più di vent’anni ci sono voluti perché questo film vedesse la luce, quasi come successe a Silence, che purtroppo non ricevette il successo sperato. Fortunatamente, però, grazie a Netflix, il Maestro è riuscito a completare la sua ultima opera, e tale completamento è un perfetto resoconto del suo stile, un paradigma dello stile scorsesiano per eccellenza. Forse non il suo miglior film, ma senza dubbio uno dei suoi migliori.


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Frank Sheeran, irlandese autista di camion ex reduce del Secondo Conflitto Mondiale, fa la conoscenza del boss criminale Russell Bufalino, il quale gli fa scalare i ranghi della società mafiosa italoamericana grazie agli incarichi assegnatigli, tra estorsioni, omicidi e altre azioni indicibili, fino a farlo diventare uno stretto collaboratore del leader sindacalista Jimmy Hoffa. Questi, così come la maggior parte dei personaggi del film e, ovviamente, l’America in cui si svolge la vicenda, è esteriormente una persona buona, generosa e desiderosa di aiutare i bisognosi, ma all’interno sporca, corrotta, venduta alla mafia per puro profitto. E in questa lenta discesa verso la fine, verso l’oscurità, Frank cercherà di spiegare ad un misterioso interlocutore cosa sia realmente successo. Chi è l’interlocutore? È Charles Brandt, lo scrittore del libro I Heard you paint houses dal quale il film si è ispirato, frutto delle sue interviste al “lavoratore” irlandese? È un prete tramite il quale spera di ottenere un’assoluzione? Siamo noi, pubblico, verso i quali Scorsese vuole darci una verità scomoda? Forse tutti, forse nessuno. Ciò che conta è la storia. La storia della morte del Sogno Americano.

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L’immagine del protagonista stesso, un self-made man in pieno dopoguerra, appartiene al vecchio sogno americano, al mondo ricostruito da Scorsese in questo suo nuovo, emozionante lavoro, un viaggio di tre ore e mezzo che scorrono fluide come un fiume, e che alla fine credi di conoscere da tutta una vita. Ciò grazie al tipico montaggio veloce del regista, che riesce contemporanteamente a lasciare che ogni scena si prenda il suo tempo, analizzando i particolari delle situazioni, e a creare un ritmo frenetico e dinamico, talmente ipnotizzante che lo spettatore trova impossibile annoiarsi, soprattutto se accompagnato ad una regia elegante e mai artificiosa.


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I rapporti tra i personaggi sono costruiti con diligenza man mano che il tempo passa, tramite dialoghi strutturati eccellentemente, quasi shakespariani, che approfondiscono il passato e la personalità della trinità che domina questo prodotto, riprodotta da attori di calibro a dir poco elevato, quali Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino, qui per la prima volta insieme in un’opera di Scorsese.  Forse la CGI utilizzata per ringiovanire i personaggi piò distrarre un po’, ma non siamo ai livelli dei baffi di Cavill o di Michael Douglas, qui è assai realistica. Forse sul grande schermo si nota di meno che su un televisore ad alta definizione, soprattutto durante le scene di giorno o altamente illuminate.

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Un nuovo Quei Bravi Ragazzi misto a Casino e C’Era una Volta in America, una fotografia e un testamento dell’America di cui il maestro Martin è figlio, e non si stancherà mai di raccontare. Un film che spero di veder almeno candidato ai prossimi Academy, e che spero riceva il successo che si merita.

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