giovedì, 26 Novembre 2020

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The L Word Generation Q: un sequel che rinnova la formula ma senza originalità

Il sequel della storica serie The L Word, al tempo innovativa e unica nel suo genere

Tempo fa vi parlai, con non molto entusiasmo, della possibile uscita della serie tv The L Word Generation Q. Sequel spirituale della serie The L Word, andata in onda in Italia dal 2004 fino al 2012 circa. Nella serie le vicende ruotavano intorno alla comunità LGBTQ di Los Angeles, in particolare concentrandosi sulla comunità lesbica. La parola con la L del titolo d’altronde sta proprio per Lesbian (lesbica in italiano).

Come non ve ne parlai benissimo nel mio precedente articolo, così non ve ne parlerò benissimo oggi. Al tempo venerai quella serie. Durante l’adolescenza d’altronde si sa, si passano dei periodi di fissazione su determinate cose e io tra le tante mi fissai anche su questa. Pensate che arrivai al punto di farmi un ciuffo di capelli biondi proprio come una delle mie protagoniste preferite. Ero giovane ed immaturo.


La serie per i suoi tempi era decisamente innovativa e dirompente, dato che la tematica della comunità LGBTQ si trattava ancora soltanto con le pinze e con le dovute distanze. The L Word invece la prendeva di petto e te la sbatteva in faccia senza remure. Ti mostrava la realtà del mondo lesbico in tutta la sua essenza: scene di sesso, litigate, stralci di vita coniugale, sentimentale, i problemi di coming out, ecc.

Il problema è che crescendo, mi resi conto di quanto i personaggi tanto osannati presenti nella serie fossero in realtà incredibilmente stereotipati. Sì, diversificati tra loro, ma mancanti di sfaccettature che li rendessero più credibili. Forse complice anche il contesto storico.


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Oggi qui però, parliamo di The L Word Generation Q che in teoria dovrebbe far fare alla serie un salto di qualità e di tempo. L’autrice rimane la stessa della serie originale: Ilene Chaiken. Composta per ora, da una sola stagione di 8 episodi della durata variabile dai 50 ai 60 minuti. La potete trovare sul canale Sky Atlantic di Sky.

In questa nuova serie ritroviamo tre protagoniste della serie originale: Bette, Alice e Shane. Ora più mature, arrivate alla mezz’età e accompagnate da figure più giovani e fresche, facenti parte del nuovo immaginario collettivo che racchiude la comunità LGBTQ.

Ancora una volta la trama è molto semplice: 10 anni dopo le vicende della prima serie, si cerca di proporre uno sguardo, il più realistico possibile, delle vite di persone qualunque, accomunate dall’essere parte della comunità. Esperienze di vita differenti che si intrecciano per i più svariati motivi, portando ad interessanti sviluppi.

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Alice, Shane e Bet, le veterane del gruppo sono decisamente maturate e cresciute, ottenendo una nuova consapevolezza non solo di sè stesse ma della vita. Alice Pieszecki (Leisha Hailey), ormai divenuta una famosa conduttrice del proprio tv show è rimasta la ragazza un po’ naive che cerca di aprirsi a più esperienze possibili, senza rendersi conto che in realtà quello che cerca davvero è la pura e candida semplicità.
Shane McCutcheon (Katherine Moennig), ora parrucchiera di fama mondiale, continua a camminare, nonostante tutto, sul viale del: niente storie serie. Nonostante i suoi trascorsi (recenti) dipingano un ritratto diverso. Questa sua indole da latin lover viene inizialmente accentuata per poi farla decadere e insieme a lei il personaggio che le aveva dato adito. Una scelta probabilmente voluta, come metafora del decadimento di questo tipo di atteggiamento.
Bet Porter (Jennifer Beals) è invece quella che è rimasta più simile alla sua giovane controparte. Determinata, forte, con tante ferite aperte che cerca di evitare di affrontare, con la differenza che ora è candidata a sindaco di Los Angeles e sta crescendo una figlia adolescente. Elementi che aggiungono nuove tipologie di dinamiche all’interno della serie. La figura della figlia Angie è fondamentale per lo sviluppo del personaggio di Bet.

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Da sinistra Shane, Alice e Bet, sopra come erano prima e in basso come sono ora. Sempre bellissime

Tra le nuove reclute troviamo Dani Nunez (Arienne Mandi, sosia di Serena Rossi), PR di una famosa azienda gestita dal padre. Inizialmente uno dei miei personaggi preferiti che però a causa della sua evoluzione ti ritrovi ad odiare. Fidanzata di Sophie Suarez (Rosanny Zayase) e con un carattere veramente difficile da leggere. Cresciuta in una famiglia dove vige la legge della carriera e non della condivisione delle emozioni. Sophie invece, è praticamente il suo esatto opposto. Cresciuta in una famiglia di umili origini, abbandonata dal padre in giovane età e con incredibili valori famigliari ed emotivi. Gli opposti si attraggono è vero, ma a volte anche il miglior magnete può fare cilecca.

Troviamo poi Finley (Jacqueline Toboni), assistente personale di Alice e tuttofare. Da poco trasferitasi a Los Angeles da una cittadina rurale del profondo Sud, che vive scroccando alloggio e cibo dagli amici, poichè non ha una fissa dimora. L’unica senza una casa da paura con piscina in tutta la serie. Finley prende le veci di una giovane Shane, passando le notti con varie partner senza mai legarsi sentimentalmente per paura di soffrire. Si, è il solito copione visto e rivisto, ma a quanto pare funziona ancora bene. Rinnegata dalla famiglia per la sua omosessualità e piena di insicurezze che nasconde dietro una facciata di leggerezza, simpatia e un pizzico di follia.

Infine troviamo Micah Lee (Leo Sheng), un giovane ragazzo gay transessuale, coinquilino di Dani e Sophie, con cui intraprendiamo un percorso di scoperta del proprio piacere sessuale. Non semplice per un ragazzo trans, essendo che spesso i propri genitali non corrispondono a ciò che si sente dovrebbe esserci realmente. Purtroppo è un argomento mantenuto da un punto di vista secondario, ma comunque ben affrontato.

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Da sinistra Finley, Micah, Dani e Sophie

Questa nuova serie in effetti permette quel salto di qualità, almeno da me, richiesto. I personaggi della prima stagione così stereotipati, quasi esagerati nella loro rappresentazione, diventano ora poliedrici e con varie sfaccettature, permettendo così alle serie di risultare più interessante e con un maggior tasso di maturazione dei vari protagonisti. E non parlo soltanto dei personaggi in comune con The L Word, ma anche di quelli nuovi di zecca, per la prima volta apparsi in questo universo.
Anche attraverso le storie che vengono raccontate, si può notare l’evoluzione in positivo. Queste ultime, nonostante siano in numero minore, sono però ora più interessanti e diversificate. Più credibili, grazie anche ai personaggi ora appunto più sfaccettati.

Dal punto di vista delle tematiche, da una parte rimangono per certi versi le stesse. In alcuni casi meglio affrontate (come per esempio la transessualità e le sue sfumature), mentre dall’altra se ne aggiungono di nuove. I tempi d’altronde sono cambiati e adesso esistono nuove tipologie di temi, più attuali, che necessitano di essere eviscerati. Il tutto viene fatto con una certa discrezione ma allo stesso tempo senza paura di risultare “fastidiosi” o diretti. Anche in questa nuova serie, non c’è paura di mostrare nudità e sesso in varie forme, momenti di intimità, di debolezza, di vulnerabilità.

Un breve speciale della serie di Sky

Come realtà primaria viene analizzata quella lesbica, anche se ho notato una certa, maggiore intenzione nel voler andare ad analizzare al meglio anche quelle a lei più vicino. Come per esempio la realtà gay o della transessualità, che viene qui esperita in maniera funzionale e credibile, attraverso la presenza di un solo personaggio, ben bilanciato e caratterizzato che racchiude in sè le due realtà: Micah.

La serie è formata da soli 8 episodi, che non ti rimangono particolarmente impressi sicuramente, ma che adempiono comunque al meglio al loro obbiettivo: un ritratto della realtà Los Angelesiana della comunità LGBTQ. The L Word Generation Q è una serie godibile, leggera e di facile visione che ti permette di mettere in atto alcune interessanti riflessioni, senza però spingersi mai troppo a fondo. Rimane infatti su un piano superficiale, forse anche per mancanza di tempo, o forse per decisione dell’autrice.

Si ritrova infatti una leggerezza, sicuramente ben accetta, nell’affrontare certi temi (senza risultare mai offensiva o sminuente), ma dall’altra avrei preferito una maggiore introspezione riguardo determinate tematiche. Come per esempio: l’accettazione in famiglia di una figlia omosessuale, il passare dell’età che permette, oppure no, un cambiamento di prospettiva riguardo il proprio ruolo di vita, ecc.

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Forse però pensandoci, semplicemente, questo tipo di serie ormai non fa più per me. Vedere su schermo drammi amorosi non è più una mia priorità. Se al tempo The L Word aveva fatto la storia, rappresentando una novità mai vista in televisione, un atto di coraggio nel raccontare una realtà mal vista e poco rappresentata, questo sequel è ormai, in confronto, una delle più classiche serie tv di genere drama con tante faide amorose, tradimenti e scopate. Niente di più, niente di meno.
Sicuramente questa sua nuova identità rappresenta un cambiamento positivo della nostra società che segna lo sdoganamento di molte tematiche. Ormai parlare della comunità LGBTQ, mostrare sesso lesbico o gay in TV non è più un tabù per fortuna. Ma dall’altra parte tutto questo rende la sua produzione non così necessaria. Di serie inerenti a questa realtà infatti ce ne ormai veramente un gran numero e molte affrontano argomenti molto simili se non uguali in maniera di gran lunga migliore, come fa per esempio Tales Of The City o Pose.

The L Word Generation Q risulta così quindi un semplice canto del cigno, una (un po’ becera) mossa per attirare i nostalgici della serie originale che non vedevano l’ora di rivedere sullo schermo le protagoniste storiche e scoprire quali nuove avventure avrebbero dovuto affrontare.

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Una serie godibile, che dal finale è chiaro, avrà più di una stagione, che avrei anche evitato sinceramente. Una stagione secondo me bastava ed avanzava, magari semplicemente con qualche episodio di più. Non mi aspetto infatti che nella seconda stagione si approfondirà l’affronto della tematiche.
Una serie carina ma niente di più, nè particolarmente entusiasmante, nè innovativa. Una serie ormai come tante, che non rovina il ricordo dello storico The L Word, ma anzi gli dà nuova vita, rimodernizzandolo, ma che non riesce a renderlo nuovamente innovativo ed essenziale (nonostante i suoi difetti) come fu la serie, all’epoca.

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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