giovedì, 14 Novembre 2019

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The Shining: la storia di due Re a confronto

Era il lontano 1977 quando Stephen King approdava nelle librerie con quello che, assieme ad IT, sarebbe divenuto il romanzo più significativo e iconico della sua produzione: The Shining.

Il successo di critica e pubblico fu talmente straordinario che il grande circo delle meraviglie di nome “Hollywood” si accaparrò subito i diritti per un adattamento cinematografico, affidandolo nientemeno che a Stanley Kubrick, il gigante della macchina da presa.


Secondo una leggenda metropolitana, più o meno confutata nel corso dei decenni, in quel periodo il regista newyorkese non se la passava molto bene: usciva dal pesante insuccesso (tutto commerciale) di Barry Lyndon, per cui la fiducia degli studios nei suoi confronti si era fatta più cauta.

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Kubrickera quindi alla ricerca di un nuovo progetto, qualcosa a cui avrebbe potutoconferire la sua caratteristica impronta autoriale, ma anche capace, allostesso tempo, di attirare un vasto pubblico in sala.


La scelta ricadde sul genere horror.

Si racconta che il buon Stanley ordinò al suo staff di procurargli pile di romanzi dell’orrore; poi si chiuse nel suo ufficio e cominciò a leggerli uno ad uno. Non fu un processo veloce, e nemmeno del tutto piacevole, ma alla fine, dopo settimane di frustrazione, il soggetto ideale venne trovato.

Il resto… beh, è storia.

Diretto dallo stesso Kubrick, e co-scritto da Diane Johnson, The Shining arrivò nei cinema americani tre anni più tardi, il 23 maggio 1980, sconvolgendo per sempre la storia degli horror movie e affermandosi come pietra miliare di genere.

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La pellicola incassò oltre 600 milioni di dollari.

Furono strette mani, stappato lo champagne, e le congratulazioni piovvero a cielo aperto.

Tutto bene quel che finisce bene, verrebbe da dire.

E invece no.

Perché a questo punto entra in scena una delle dichiarazioni più controverse che la cultura pop possa annoverare tra i suoi registri: il malcontento di Stephen King.

Lo scrittore del Maine, pubblicamente, affermò che quel film era troppo freddo, troppo distaccato, eccessivamente asettico. Lodò la performance di Jack Nicholson, ma lamentò che quel Jack Torrance sembrava completamente pazzo fin dal primo minuto, poco credibile come padre di famiglia, per non parlare di Shelley Duvall: “si trova lì solo per strillare davanti alla telecamera e apparire stupida”.

E ancora: “Quelli non sono i miei personaggi. E quella non è la mia storia.”

Coltempo il giudizio di King si sarebbe decisamente ammorbidito, tanto daannoverare la pellicola di Kubrick tra quelle che “hanno dato un notevole contributoal proprio genere di appartenenza”.

L’insoddisfazione, però, resta tutt’oggi.

Per quale motivo?

Cerchiamo di analizzare meglio i fatti.

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Stanley Kubrick interpretò The Shining come una storia sulla vera natura umana: “C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità di ognuno di noi. Una parte malvagia. E una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio. Possiamo vedere quella parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto.”

Il regista americano si pone dunque come obiettivo primario quello di manifestare il mostro acquattato dentro la nostra anima. Vuole dare sfogo alla natura perversa di Jack Torrance, al suo egoismo, al suo egocentrismo, alla sua insoddisfazione e, forse, a una punta di misoginia.

Non c’è pace per chi smarrisce la strada. Non c’è redenzione né speranza per chi lascia cadere la maschera dell’umanità. Una volta liberatisi dalle catene del comune senso della morale, la macchia non va più via.

Al contrario, Stephen King intendeva The Shining in maniera diametralmente opposta.

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La sua era una pura ghost story, una tormentata vicenda familiare dove gli spettri dell’Overlook Hotel incarnavano la paura del fallimento, e il sentimento di inadeguatezza, di Jack Torrance. Lo stesso Jack Torrance dal passato burrascoso, che per amore del figlio aveva tentato di rimettere in sesto la sua vita, trovando nella stesura del suo romanzo un motivo per guardare con fiducia al futuro.

King inscenava la lenta, agonizzante parabola discendente di un uomo verso l’ossessione e la follia, senza però mai perdere di vista il traguardo finale: il riscatto personale.

Per l’autore di Portland non esistono casi disperati. Per lui c’è sempre un po’ di luce, nascosta chissà dove, in attesa di tornare a galla, e come in un romanzo di formazione, la tortuosa odissea della famiglia Torrance, il dono di Danny, l’empatia di Hallorann e il coraggio di Wendy, servono a mostrare che ogni grave azione possiede le sue gravi conseguenze, ma anche che non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta, per ricacciare indietro il peggio di noi, ed essere chi vorremmo realmente rappresentare.

Esistono, oggi, due schieramenti sul “caso Shining”: pro King o pro Kubrick.

Chi vi scrive, da fan di entrambi, crede che discutere sul valore artistico della creatura di Kubrick sarebbe una battaglia persa in partenza. La sua opera visionaria, la sua mano innovatrice e la sua cura maniacale per ogni più piccolo dettaglio sono ormai elementi di studio accademico. Hanno formato un intero immaginario, e la potenza audiovisiva della pellicola continua a sconvolgere a distanza di quasi quarant’anni.

Tuttavia, per quanto sarebbe fin troppo facile inveire contro King e la sua “irriconoscenza”, è innegabile che poco e nulla della sua opera letteraria sia sopravvissuto al processo di adattamento cinematografico.

Midnight, the Stars and You

Due grandi personalità, provenienti da campi molto diversi, si sono scontrate, ma in realtà nessuna delle due ha avuto completamente la meglio.

Come recita la frase di rito, un film non potrà mai essere un libro: ritmi diversi, tempi diversi, pubblico diverso. E soprattutto menti diverse in cabina di pilotaggio.


Ed è giusto così.

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