lunedì, 30 Novembre 2020

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The Ways of the Dead: Episodio migliore o fine a sé stesso?

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Rabbia da parte dei morti e delusione da parte dei mortali. Entrambi questi aspetti vengono rispecchiati attraverso gli occhi di Shadow, che sulla sua stessa pelle ha dovuto subire e comprendere cosa siano il dolore di una perdita e l’amarezza della discriminazione. Egli non parla solo per sé stesso, ma per una persona che non ha ormai altro sentimento se non odio, sia per chi lo ha ucciso sia per chi è rimasto a guardare. Chi tra i due è peggio?

Ci troviamo davanti a forse l’episodio più suggestivo e intrigante della seconda stagione. Non tanto per la sua regia, che ormai abbiamo tutti imparato ad amare in questa serie, in questo episodio sotto il nome di Salli Richardson (Agents of S.H.I.E.L.D., The Punisher), ma anche e soprattutto per la sua scrittura e i suoi dialoghi profondi e provocanti.


La reale situazione dei neri in America nei secoli precedenti traspare attraverso non solo i flashback, ma anche le parole di Mr. Ibis, che mostra quanto una persona possa essere talmente spinta dall’odio dal maledire anche la sua stessa gente. Sembra quasi la continuazione e conclusione del monologo di Mr. Nancy della puntata precedente.

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Vi è la ferma convinzione di Salim verso Allah, nonostante abbia visto coi suoi occhi che esistono più dei oltre il suo. Davvero la fede di una persona è così potente? Se un credente avesse la prova tangibile che Dio non esiste, o che, come accade qui, non fosse unico, continuerebbe davvero a credere?


Oltre a tali messaggi, ci vengono proposte nuove immagini di divinità approate in America e ormai fuse con la civiltà. Parola scelta non a caso, dato che una di queste è Alviss, re dei Nani, mentre l’altro, forse più d’impatto, è il Baron Samedì, il cui aspetto e comportamento rispecchiano l’idea di essere soprannaturale che avevamo tutti.

Inutile dire che, verso il finale, Ricky Whittle dona la sua miglior performance da quando è apparso sullo schermo. Pacato, riflessivo, ma con occi infuocati che raccontano una storia infinita. Dimostra di essere uno degli attori più sottovalutati di questi ultimi tempi.

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Il problema principale è forse il finale, per due motivi principali.
La snaturazione del personaggio di Laura, forse non totalmente volontaria, ma ormai priva di un aspetto che lo rendeva un magnifico personaggio nel romanzo. Certo, ha compiuto lo stesso atto prima di morire, ma è proprio la mancanza della sua natura umana e la sua innata fedeltà a Shadow che continuano a farla andare avanti.
Il secondo è il senso di artificiosità, di poca importanza che gli aspetti sopra citati avranno nel corso delle puntate successive. Tolto il “trip” di Laura, i dialoghi sul razzismo e sulla fede sembrano fini a sé stessi, quasi servissero principalmente come digressione dalla vera storia.

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In poche parole, se guardiamo questo come un episodio a sé stante, o solo esteticamente, è forse una delle migliori puntate singole di una serie TV di quest’anno, almeno finora. Se invece lo guardiamo come insieme, parte integrante della serie, non aggiunge molto altro.

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