martedì, 22 Settembre 2020

Fumetti, Graphic Novel

Dotter of her father’s eyes: l’affascinante ricerca dei perchè nella malattia psicologica

Un viaggio alla ricerca dei perchè, riguardo ad una vita passata, per trent’anni in un manicomio, quella di Lucia Joyce.

Ieri ho concluso la lettura della graphic novel Dotter of her father’s eyes, scritto da Mary Talbot, disegnato da suo marito Bryan Talbot e tradotto in italiano da Gloria Grieco. Edito in Italia grazie ad Edizioni NPE.
La prima è un’accademica e scrittrice britannica, il marito è un artista del fumetto e scrittore. Noto per aver collaborato con Neil Gaiman per la produzione della saga di Sandman.

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Mary e Bryan Talbot

La storia si focalizza sulla figura di Lucia Joyce, figlia del noto scrittore irlandese James Joyce, divenuto famoso per il suo stile atipico e l’inserimento nelle sue opere del flusso di coscienza. Un flusso ininterrotto di parole che rappresentano lo scorrere incessante dei pensieri dei personaggi. Titoli come Ulisse e la raccolta di racconti Gente di Dublino sono tra i più famosi e affascinanti.


La storia viene raccontata su tre linee temporali differenti, scandite da tre tipologie diverse di tavole. Il presente: rappresentato da quadricromie; il passato dell’autrice nel dopoguerra inglese: rappresentato da tavole color seppia; infine la vita di Lucia in una Parigi degli anni 30‘: scandita da un nostalgico bianco e nero.
L’autrice inizia proprio raccontando di sè, stralci del suo presente e ricordi del suo passato, una vita intrecciata a suo modo con l’esistenza del suo oggetto di fascino: Lucia Joyce.

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Lucia con suo padre

Il padre di Mary infatti era uno dei maggiori studiosi dello scrittore irlandese, padre di Lucia. Così chiuso nei suoi studi da dare poca attenzione ai figli e in generale alla famiglia. Più legato affettivamente alle opere di Joyce che alla figlia.
Le due sono senz’altro accomunate anche dalle figure dei padri stessi. Accademici, scrittori di una certa fama e notorietà, di cui sentivano di dover essere all’altezza. Un peso che non è sempre facile portare, anche se spesso non ci si accorge di averlo sulle spalle. Un macigno invisibile, difficile riuscire a liberarsene, proprio perchè non visibile.


Mary Talbot inizia a descriverci la loro storia partendo proprio da questi punti in comune. Mostrandoci un’infanzia molto differente ma che nasconde nella sua quotidianità molti elementi che le accomunano. La voglia, più che altro necessità, di indipendenza in primis.
L’autrice decide o meglio la storia decide ad un certo punto, di iniziare a correre su due binari realmente paralleli, mostrandoci due epoche non così distanti, ma complici di due risultati di vita opposti, quello di Mary e quello di Lucia.

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Mary alle prese con la tagliente ironia del padre in una tavola del fumetto

La vita di Lucia Joyce è stata scandita da una gran quantità di trasferimenti, dovuti alla carriera del padre che aveva difficoltà a decollare. La sola costante che era riuscita ad ottenere era la danza, sua più grande passione che l’aveva accompagnata sin da piccola e di cui il padre era fiero.
Crescendo però le cose sono cambiate, gli anni 30′ non erano un terreno fertile per le donne, ancora viste come persone incapaci di ottenere una reale carriera e destinate al lavoro casalingo. Lucia nè fu ovviamente vittima.

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Lucia intenta in una sua stupenda esibizione

Quest’opera però non si limita a descrivere una vita. Tenta con tutte le forze di comprendere i perchè di un’esistenza in gran parte passata in manicomio. Sì, proprio quella di Lucia, da ballerina promettente a paziente psichiatrica.
Come è potuta finire una ragazza tanto appassionata, forte e determinata, ad essere condannata per sempre a ballare unicamente nell’universo creato nella sua mente? Questa graphic novel tenta di darci delle risposte, o almeno degli spunti su cui riflettere e in cui cercare i perchè. Ci mostra una panoramica della sua vita e ci pone la lacerante domanda: il rifiuto del padre alla sua carriera di ballerina ebbe un ruolo nella sua malattia? Dapprima suo fan numero uno diventato poi il suo peggior aguzzino. Forse una delle cause non va ricercata nel suo effettivo rifiuto, ma bensì nel suo cambio radicale di atteggiamento. Incomprensibile agli occhi di una figlia, che tanto adorava il padre.

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Lucia che balla in una delle pagine del fumetto

Proprio in questi giorni mi sto cimentando nello studio di alcuni testi per la materia di Psicologia Clinica. Si concentra in particolare sulle cause che si nascondono dietro ad una psicopatologia. I fattori che portano ad una malattia mentale sono tanti e non tutti ascrivibili. Neanche la ricerca più moderna è riuscita a trovare dei paletti univoci per poter spiegare cause effettive di un problema psicologico. È un lavoro in continua evoluzione e soprattuto, non potrà mai esistere una causa univoca, ma soltanto un lavoro corale di diversi fattori, da quello ambientale a quello neurologico.

Un ambiente famigliare ostile come quello in cui ad un certo punto si è ritrovata Lucia, è sicuramente una delle cause, ma probabilmente non l’unica.

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Da sinistra James, Nora (la madre), Lucia e infine suo fratello

Negli anni 30′, il manicomio era la casa non solo dei reali malati, ma anche di chi era scomodo per la figura della famiglia. Incapace di dimostrarsi all’altezza delle aspettative chiuse e rigide di una madre e di un padre incapaci di comprendere qualcosa oltre ai loro paraocchi, formatosi a causa di una cultura e società chiusa che non ha permesso alla giovane Lucia di sviluppare una reale crescita personale. Come non lo permetteva alla maggioranza delle donne.
Forse Lucia non era realmente malata, ma solo scomoda agli occhi della società. O forse invece una delle cause che l’ha portata alla psicopatologia, va cercata proprio in questo suo essere “scomoda”, il suo sentirsi continuamente fuori posto e mal voluta. Causa o conseguenza qui si mostrano divise da una linea troppo sottile per essere vista.

Quando comprai il fumetto ero convinto che avrei trovato soltanto un’infarinatura dell’infanzia di Lucia e che si concentrasse prevalentemente sugli anni passati in manicomio. Invece ho trovato proprio l’opposto e in realtà non potrei esserne stato più felice. Gli anni precedenti all’internamento si dimostrano i più affascinanti, nei quali va cercata la risposta ad una domanda, che in realtà non troveremo mai.

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La mia copia del libro

Quello che troviamo in questo fumetto è da una parte la storia di Mary, una donna forte che è stata capace di prendersi la propria libertà e indipendenza, dopo anni di fatica e lotte. Complice un periodo storico che le ha permesso di evolversi e crescere come persona, non senza difficoltà ovviamente, parliamo comunque pur sempre degli anni 60-70.
Dall’altra però, vediamo il risultato opposto. Una donna ugualmente forte, in cerca di indipendenza ma vittima di una società bloccata ed incapace di evolversi, fissa su dettami antiquati e malati. Ciò che ci viene mostrato nelle pagine, con grande capacità degli autori, è il suo lento e doloroso decadimento. Una donna che si sgretola lentamente, nel fisico e nella mente, fino ad arrivare al culmine della sopportazione, allo stremo delle proprie forze, fino ad arrendersi.


Dotter of her father’s eyes è un’opera decisamente consigliata, che vi permetterà di scoprire non una ma ben due storie di vita, opposte e allo stesso tempo simili, affascinanti e laceranti, dolci e amare.
D’altronde la vita è questa, agglomerato di opposti e contrari, che si uniscono sotto lo stesso termine: esistenza.

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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