martedì, 22 Settembre 2020

Romanzi fantasy

Il fantasy orientale: Guerriere ritorna con un’altra intervista

L’autrice de “L’imperatrice di Giada” ci parla del suo racconto e della sua ambientazione

Rieccoci a un’altra intervista a tematica “Guerriere”, questa volta ci addentreremo in un Oriente ispirato a Cina e Giappone.

Oggi la nostra ospite sarà R.J Driscoll, autrice del racconto “L’imperatrice di Giada”.


1) Ciao Robin, parlaci un po’ di te e del tuo rapporto con la scrittura.

Ciao! Che dire, c’è sempre un certo imbarazzo nelle presentazioni. Per cercare di riassumere: sono una teatrante, vivo in Irlanda da otto anni e scrivo da sempre. Prima di imparare l’alfabeto, dettavo a mia madre le fiabe che mi venivano in mente.


Alle elementari ero la bambina che rompeva le scatole ai compagni per mettere in piedi a ogni intervallo delle piccole rappresentazioni. Una volta, mentre la maestra ci assegnava i libri per l’estate e le relative schede da compilare, ricordo di aver chiesto: se scrivo un libro durante l’estate, posso farci sopra la scheda?

La maestra ha sorriso e mi ha detto che sì, certo, se avessi finito il mio romanzo avrei potuto farlo. La storia che avevo in mente allora, l’intrepida avventura di un barboncino che scappava di casa in cerca della sua vera famiglia, non ha mai visto la luce. Ma appena metto la parola fine a un romanzo completo, lo giuro, farò quella scheda. Magari la mia maestra la aspetta ancora.

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2) Come sei entrata in contatto con il concorso Guerriere?

La mia cara amica Giulia Esse mi ha segnalato l’esistenza del concorso. Ridendo del fatto che di solito le nostre storie tendono a debordare in lunghezza, abbiamo concordato di metterci alla prova con il limite di battute e colto l’occasione per sperimentare con le strutture del racconto. La gioia di sapere che sia “Senza Nome” di Giulia sia “Il cuore dell’Imperatrice di Giada” avevano passato la selezione è stata immensa.

3) Parlaci dei protagonisti de L’Imperatrice di Giada e del perché hai scelto un’ambientazione orientale.

La protagonista e voce narrante del racconto è Salice nel Vento, giovane intrattenitrice in una magione verde (un postribolo d’alto bordo) che cela un segreto: le ragazze che ne fanno parte sono in realtà una sorellanza segreta di guerriere in esilio, con l’obiettivo di proteggere l’erede dell’Imperatrice di Giada, ex sovrana del lontano Arcipelago, e rovesciare l’usurpatore del Trono del Ginko.

La storia ha inizio quando Salice nel Vento incontra Bai Feng, un giovane uomo che sostiene di essere il figlio della deposta imperatrice. Bai Feng chiede alla maestra Hibiki, tenutaria del bordello, di aiutarlo a riconquistare il trono della madre; la donna però lo respinge, sostenendo che l’unico modo di onorare l’imperatrice è che Bai Feng continui a vivere la sua umile vita in esilio.

C’è, ovviamente, molto altro sotto questa risposta. Un piano di cui Salice nel Vento è al corrente, e che porterà la sorellanza a un estremo atto di lealtà – ma non tutti possono avere un ruolo da protagonisti nel forgiare la Storia. A volte, il dovere di un eroe è fare un passo nell’ombra.

L’amore per l’Oriente, in particolare per il Giappone, ha radici nella mia adolescenza. Faccio parte di quella generazione che è cresciuta a pane e anime: le atmosfere di quelle opere, dalle più leggere alle più epiche e intense, hanno influenzato molto il mio immaginario. In anni più recenti ho ampliato le mie letture con diversi autori del Sol Levante; inoltre, mi sono avvicinata ai drama cinesi, coreani e giapponesi. Tramite quelle storie ho scoperto nuovi modo di pensare, nuovi schemi narrativi. Ho trovato conflitti duri e intriganti, personaggi con evoluzioni strepitose, nonché un senso della lealtà, dell’onore e anche del romanticismo che mi hanno toccato, e che desidero tantissimo provare a ricostruire in quello che scrivo.

4) Quali sono state le tue fonti di ispirazione? Perché hai scelto le nazioni di Cina e Giappone?

“Il cuore dell’Imperatrice di Giada” trae ispirazione dalla vicenda dei 47 rōnin, un episodio della storia giapponese che rappresenta in pieno lo spirito del bushido, la via del guerriero. Quando il loro signore feudale viene costretto al suicidio rituale a causa delle infami provocazioni di un ufficiale rivale, 47 dei samurai al suo servizio, ora diventati rōnin senza padrone, giurano vendetta.

Per attuare il loro piano, però, devono aspettare che il loro nemico abbassi le difese. Negli anni seguenti i 47 rōnin, guidati dall’indimenticabile figura di Oishi (a cui la Maestra Hibiki si ispira), scendono nella depravazione di una vita disonorevole, lasciando la spada per dedicarsi a sperperare i loro pochi averi in alcol, spettacoli e prostitute così che il nemico pensi che non rappresentino più un pericolo.

Allontanano tutti, divorziano dalle mogli e sono scacciati dalle famiglie di origine; ovunque vadano, guadagnano solo disprezzo. Mi ha colpito questa assoluta dedizione, la capacità di votare la propria vita a un obiettivo fino alla distruzione totale di tutto ciò che ci rappresenta, pur di tenere fede a una promessa. Mi sono chiesta come sarebbe apparsa questa lealtà senza confini se fosse stata declinata al femminile. Purtroppo le donne nel racconto tradizionale non hanno un ruolo né preponderante, né fulgido. Ma la bellezza del fantasy sta anche nel poter rompere le catene che storicamente ci sono state imposte, e reinterpretare questo gusto epico mettendo la figura femminile al centro dell’azione e del sentire.

Nonostante la storia da cui ho tratto ispirazione sia esclusivamente giapponese, quando ho cercato di capire dove la sorellanza potesse nascondersi ho capito che le dinamiche di una magione verde cinese avrebbero servito meglio lo scopo rispetto alle regole di una giapponese okiya. Da qui, la scelta di spostare l’azione a Terra Unica, un paese ispirato alla Cina, in cui le sopravvissute della sorellanza si sono ritirate in esilio.

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5) Pensi che bisognerebbe promuovere fantasy ispirati ad altre culture oppure epoche? Ad esempio fantasy orientali, africani, steampunk ma anche ispirati a folklori “minori” come quello italiano?

Da lettrice, prima ancora che da aspirante scrittrice, noto con gioia che il mercato in lingua inglese si sta sempre più aprendo a fantasy che traggono spunto da culture differenti rispetto al tradizionale medioevo europeo, nonché a sottogeneri complessi e affascinanti come il mio amatissimo steampunk.

Negli ultimi anni il successo di autori come Sabaa Tahir, Renée Ahdieh, Josiah Bancroft, N.K. Jemisin e R.F. Kuang  (per citare i primi che mi vengono in mente) ha dimostrato che il pubblico risponde con entusiasmo ai cambi di scenario.

L’heroic fantasy di stampo tolkieninano è e sempre sarà, per chi come me è cresciuto leggendolo, un pilastro del genere, ma a mio parere la materia è infinita e le regioni ancora inesplorate sono moltissime.

Il folklore è il modo in cui i nostri antenati hanno dato senso al mondo che li circondava: tramite archetipi ricorrenti in culture lontanissime tra loro, possiamo tracciare la storia di cosa significa essere umani. Non immergere le mani in un tesoro del genere sarebbe un delitto – di nuovo, parlo da lettrice prima di tutto.

Sono grata della quantità di nuove voci che stanno emergendo nel panorama del fantasy a livello internazionale, e del fatto che, sia pur molto lentamente, anche in Italia si cominci a recepire il messaggio che il genere è tutto fuorché morto.

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Per quanto riguarda il fantasy di ispirazione italiana, spero con forza che prenda presto piede. Personalmente, ho in cantiere una storia ambientata nella mia terra, l’appennino tosco-emiliano, che attinge all’alchimia rinascimentale e alla nostra tradizione teatrale. La ricerca sarà lunga, ma spero di riuscire a strutturare il percorso come vorrei, anche per rendere giustizia ai luoghi in cui sono nata.

6)Avresti un libro fantasy in salsa orientale da consigliarci?

Ho finito recentemente “Descendants of the Crane” di Joan He, un appassionante misto di feroci politiche di palazzo, intrighi tessuti da personaggi immortali, e conflitti della classe dominante con i possessori di poteri magici, che invece sono spinti ai margini della società fino al confine di una pericolosa ribellione.

Il world-buliding è accattivante, e se fino a un certo punto della storia ero incerta sulle motivazioni di alcuni personaggi il finale mi ha persuasa come una bastonata sui denti. In senso buono, se l’analogia lo concede.  Sicuramente è un romanzo di cui attendo con ansia il seguito.  

Interessante anche lo storytelling di Renée Ahdieh con “Flame in the Mist”; anche se non sono una fan del suo stile, ho trovato la storia intrigante e la protagonista piuttosto carismatica. L’anno scorso ho adorato lo scioccante “The Poppy War” di R.F.Kuang, e non vedo l’ora di mettere le mani sul secondo volume, “The Dragon Republic”.

Sul mio comodino, ancora purtroppo intoccati ma non per molto, ci sono “The Grace of Kings” di Ken Liu, di cui ho sentito meraviglie, e “A Hero Born” di Jin Yong, un caposaldo del genere wuxia.

7)Progetti per il futuro?

Moltissimi.
Al momento sto lavorando alla seconda stesura di un romanzo fantasy ispirato al Giappone feudale, ma questa volta in lingua inglese: il processo è lento, e nonostante il fantastico supporto di amici madrelingua l’esperienza mi sta senz’altro spingendo molto fuori dalla mia comfort zone.

Ma resisto e vado avanti. Ho investito molto di me in questa storia, e proiettato sul mio protagonista un interrogativo a cui io stessa sto cercando risposta. Questa è la ragione principale che mi spinge a persistere nel progetto, nonostante a volte, non lo nascondo, sembri di spingere il famoso masso di Sisifo.

In contemporanea sto stendendo un racconto lungo in italiano, che definirei steampunk paranormale. È ambientato nell’Inghilterra vittoriana, e la protagonista è una ragazza che tutti, in un modo o nell’altro, hanno mandato all’inferno; tanto che decide di  andarci davvero, all’inferno, per scambiare due parole col diavolo. Giuro che c’è anche l’elemento steampunk, ma al momento devi prendermi in parola!

Nella lunga estate incerta che abbiamo di fronte, poi pianifico di riprendere un altro progetto in italiano, un romanzo steampunk lasciato a lungo nel cassetto in attesa di essere ristrutturato.

Il mio problema è che ho idee per nuove trame molto più velocemente di quanto io riesca a stendere le trame vecchie. Un po’ come tutti i libri di seconda mano che mi porto a casa settimanalmente, pur essendo più lenta di quanto vorrei nel leggerli. Riuscirò a finire la pila (che ormai è una libreria intera) sul comodino? Be’, durante la quarantena la mia scorta di romanzi si è rivelata una manna. Magari, nei mesi a venire, la scorta di storie ancora da scrivere sarà quello che mi salverà.


E voi cosa ne pensate? Avete letto altri fantasy a tematica orientale?

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Debora Parisi
Debora Parisi è una studentessa universitaria di giorno e cacciatrice di leggende e mitologie di notte. Da bambina arriva finalista al concorso Anna Bolero, diretto dall'Associazione Culturale Arcizeta di Chivasso. Nel 2019 ha pubblicato racconti per Historica Edizioni, NPS edizioni, Fanucci e Mezzelane Editrice. Gestisce un blog chiamato El micio racconta, un canale youtube intitolato Antro del Drago, che tratta di diversi argomenti, tra cui recensioni di libri, film e videogiochi. Collabora anche con le riviste Upside Down Magazine e Porto Intergalattico, ha collaborato anche con Sci-Fi Pop Culture e Spazio Penultima Frontiera.

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