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Videogiochi

The Sinking City: il richiamo della città che sprofonda

Esistono pochissimi autori amati dai loro fan quanto Howard Phillips Lovecraft.

Nel corso degli anni, dell’ultimo decennio a voler essere un po’ più precisi, mi sono reso conto che a differenza di altri pesi massimi come potrebbero essere Stephen King, Bram Stoker o Clive Barker, Lovecraft ispira un vero e proprio senso di appartenenza, nella sua fan-base. È il caso di dirlo, un culto.


Non che prima fosse un fenomeno di poco conto nel panorama di genere, ma da quando è arrivata l’ondata di videogame di nuova generazione, in tutto il mondo si è come riaccesa la fiamma dell’interesse per il lavoro del Solitario di Providence.

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Hollywood ha messo in cantiere, o almeno ci ha provato, diverse pellicole a tema; sono nati, sui social network, gruppi da centinaia di migliaia di utenti (e non solo inglesi o americani!); giochi di ruolo cartacei, ormai dati per spacciati, sono risorti dalle loro ceneri con edizioni esclusive vendute in un batter d’occhio; gadget, action figure e oggetti da collezionismo sui Grandi Antichi non hanno mai registrato risultati così impressionanti.


Non credo quindi di esagerare nell’affermare che gli estimatori di Lovecraft stanno finalmente vivendo l’epoca d’oro, o qualcosa che le assomiglia da vicino, che avevano sempre sognato.
Ma come dicevo, questa è una fan-base particolare, che raramente (volendo generalizzare) si mostra bendisposta verso adattamenti, reinterpretazioni o semplici citazioni, complice l’intrinseca difficoltà, la natura stessa degli “orrori innominabili”, così inquietanti su carta stampata, quando è la sola immaginazione del lettore a dargli forma, quanto a rischio banalità su media visivi e interattivi.

Oggi vorrei cogliere la palla al balzo e partire da queste considerazioni per parlare di un prodotto molto controverso, un videogame che, addirittura più di altri, ha spaccato di netto i giudizi della community lovecraftiana.

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The Sinking City, sviluppato da Frogwares, e pubblicato il 27 giugno 2019, è un titolo davvero strano. Non saprei come altro cominciare a definirlo.
È un’avventura investigativa in terza persona, che non disdegna di qualche blanda sparatoria, dalla partenza flemmatica, stanca e tutt’altro che incoraggiante.
In realtà, il primo impatto è assolutamente devastante, e non in senso positivo: grafica datata, engine inspiegabilmente pesante, rallentamenti, caricamenti più o meno frequenti e movimenti legnosi.

Un quadro sinceramente desolante, supportato da scelte di gameplay vetuste, poco intuitive e decisamente fuori tempo massimo.
Tanti lo hanno abbandonato dopo poche ore di gioco, e io ero ben indirizzato su quella stessa strada.

Ma…
Ma è successo qualcosa.

Più proseguivo, anche sbuffando, rifiutandomi di ammettere di aver malamente speso i miei sudati risparmi, più mi rendevo conto di essere incuriosito dalla malsana cittadina di Oakmont, teatro degli eventi.
Arrivato a circa dieci ore di gioco ho rispolverato il mio tomo con tutte le opere di Lovecraft rileggendo avidamente alcuni racconti, e superate le venti non riuscivo più a staccarmi dalla TV, completamente assorbito, calato nei panni del detective Charles Winfield Reed alle prese con incubi cosmici di ogni risma.

Ora, giunto al termine dell’avventura, mi sento di proclamare che The Sinking City è probabilmente il miglior videogame mai prodotto ispirato alle storie del celebre scrittore statunitense, il che, ad ogni modo, è ben diverso dall’ammettere che sia anche un ottimo videogame in senso generale.

Non sono qui per far cambiare idea a nessuno, infatti sosterrei con la stessa convinzione sia quelli che mi dicesso che The Sinking City è ciarpame videoludico, sia quelli che me lo decantassero come capolavoro, o quasi.

Il fatto è questo: The Sinking City, al netto di incontestabili falle tecniche, risultato senza dubbio di un ingiusto e irrisorio budget, trasuda amore, rispetto e profonda conoscenza nei confronti della mitologia lovecraftiana.
Chiunque abbia scritto i personaggi, chiunque abbia inscenato il plot, progettato i dialoghi e caratterizzato ogni centimetro dell’ambiente di gioco, ha fatto i compiti a casa, e con l’entusiasmo di un secchione.

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Da quando, in arrivo da Boston, si posa piede sulla banchina del molo di Oakmont, non passa istante in cui non si respiri il mood dei ruggenti anni ’20. Non c’è quartiere sbarrato, inondato dall’oceano, infestato da anguille mangia-uomini, che non ricordi l’angosciosa Innsmouth.
Il cielo è crepuscolare, il diluvio incessante, la notte carica di incubi e il giorno ovattato, sospeso in una sinistra dimensione di staticità come il migliore dei Silent Hill.

Rivoltanti uomini pesce, orgogliosi ominidi scimmia, rianimatori pazzi senza scrupoli, culti satanici, spedizioni archeologiche nella Giungla Nera africana, cappucci bianchi del Ku Klux Klan, monoliti atavici e templi sommersi.

Non c’è un solo, singolo elemento che non si rifaccia, in maniera coerente e contestualizzata, a un racconto di Lovecraft: dalle streghe di Salem alla pesca miracolosa del dio Dagon, passando per grimori maledetti in pelle umana fino alle immersioni sul fondo marino, dentro un vero e proprio scafandro da palombaro.

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Come da tradizione, l’investigatore Reed, perseguitato da deliranti visioni oniriche, si ritroverà faccia a faccia con poliziotti corrotti, insospettabili negromanti, santoni di religioni blasfeme e mostri rivoltanti. E soprattutto con le sue peggiori paure: allucinazioni che, esaurita l’apposita barra della sanità mentale, prenderanno forma come esseri in (flaccida) carne ed ossa, pronti ad attentare alla sua vita.
Una meccanica, questa, tanto semplice quanto riuscita, capace di trasmettere alla perfezione il senso di orrore profondo, e shock fulminante, tanto caro ad H.P.

Stupefacente quanto un titolo così imperfetto, se non odioso, per il videogiocatore comune, possa contenere tesori così preziosi, inestimabili, per il fan di Lovecraft.

Le riserve su The Sinking City restano numerose, ma già il fatto che io abbia sentito il bisogno di parlare di questo gioco a tutti i fan del Solitario di Providence come me, credo la dica lunga, quando fino a qualche settimana fa l’unica soddisfazione che prevedevo di ricavare dal titolo era quella di cancellarlo dal mio hard disk.


Weird, in effetti, proprio come il genere che vorrebbe omaggiare.

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