giovedì, 14 Novembre 2019

Videogiochi

Un “romanzo” che non vorremmo mai leggere: quello della guerra nei videogiochi

Una personale riflessione partita da alcune dichiarazioni di un soldato americano secondo cui alcuni videogiochi “romanzano” il contesto della guerra

La guerra è una brutta bestia e lo sappiamo tutti. Ancora meglio di noi però lo sa un soldato, che ha vissuto in prima persona l’orrore di questa insensata battaglia.

In particolare parliamo di Dakota Meyer soldato della Marina degli Stati Uniti d’America a cui è stata conferita una medaglia all’onore per aver disobbedito agli ordini andando in una “killing zone” (zona di uccisioni) in Afghanistan, dove è riuscito, nel giro di 6 ore a salvare 12 compagni, che senza il suo intervento sarebbero altresì morti. Questo è accaduto il 9 settembre 2009, giorno che il giovane ha definito: “il peggiore della mia vita“.


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Dakota Meyer mentre riceve la sua medaglia d’onore dall’ex presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama

Meyer sa bene cosa vuol dire sopportare gli orrori della guerra e secondo lui i videogiochi che trattano questa tematica, la stanno romanzando, rendendola qualcosa di eccitante e divertente.
La guerra ormai è stata romanzata. Si è trasformata in questa immagine figa… ho sentito persone dire: voglio solo andare per dare calci alle porte e sparare in faccia alle persone. Beh, se lo dici, probabilmente non lo hai mai fatto. ” Meyer contrappone a queste parole il suo problema di PTSD (Disturbo Post-Traumatico da Stress), che spesso colpisce i militari. Una patologia che li rende incapaci di reintegrarsi in una società pacifica e che li tiene svegli la notte a causa di incubi orribili, che li rincorrono anche durante le ore diurne. Nessuno vorrebbe dover vivere una cosa del genere.

Continua dicendo: “La sofferenza è diventata normale per le persone… si è trasformata in intrattenimento. Abbiamo tanti bambini che giocano a videogame che trattano le stesse cose che mi tengono sveglio la notte. Mi chiedo, a che punto abbiamo iniziato ad umanizzare questo tipo di cose?” (Bella domanda).
Non c’è assolutamente nulla di figo nel prendere un’altra vita umana. Si gioca ai videogiochi ed è tipo: Oh, ho fatto così tante kill.
Questi giovani guardano questo schermo ancora e ancora e più la grafica è reale, più veniamo desensibilizzati riguardo alla sofferenza di un altro essere umano
.”


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Ci stiamo spingendo ad essere meno empatici. Queste sono persone reali, reali vite umane.”

Meyer ha inoltre detto la sua riguardo ad uno dei più famosi e acquistati giochi sul mercato: Grand Theft Auto. Sappiamo quanto quest’ultimo sia stato spesso criticato (anche da me in primis) per le sue modalità di gioco completamente libere, che ti permettono di uccidere qualsiasi persona sul tuo tragitto. “Come può uscirne qualcosa di positivo da questo?“, ha dichiarato Meyer. Apro qui subito una parentesi: sono mediamente d’accordo con lui. In molti decantano il titolo per la sua satira dissacrante e funzionale e per la sua capacità catartica. Vero, ha senso, ci sta. Ma no. Per me non esiste motivo per cui dovrebbe esistere questo gioco. La sua funzione catartica è presente soltanto per adulti sani e stabili (da un punto di vista soprattutto emotivo), ma non sicuramente per altre tipologie di giocatori, per cui, anzi, rappresenta un pericolo.

Il prossimo grande titolo a tema militare in uscita è un nuovo capitolo della famosa saga Activision, Call of Duty: Modern Warfare. Il gioco si è posto l’obiettivo di rappresentare meglio la figura e l’esperienza di un soldato. Per esempio infatti, se il giocatore causerà troppi danni collaterali con il suo personaggio (come uccidere civili o simili) apparirà una schermata che annuncerà il game over. Taylor Kurosaki, responsabile della narrativa del titolo ha dichiarato: “Abbiamo integrato delle euristiche (algoritmi) alquanto complesse che in pratica cercano di determinare se tu, il giocatore, ti stai comportando come si conviene ad un soldato o se sei una specie di psicopatico che non gioca in base alle regole.
Scusate, vorrei farvi notare soltanto un attimo questa orrida scelta di parole: “che non gioca in base alle regole“. Come se la guerra fosse realmente un gioco in cui si seguono “regole”. Wow, ridicolo. Quando le tue dichiarazioni fanno più danno che altro…

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Insomma, tutte strategie che tentano (malamente) di sanare quelle negatività che Meyer ha riscontrato proprio nei giochi di guerra. In pratica con queste parole gli si sta dando ragione. E, in effetti, anche io gli do ragione.

Qui infatti non stiamo parlando del solito problema del: “i videogiochi rendono i giovani violenti”. Nono, non è proprio questo il punto. Il punto qui è completamente un altro, nuovo e tutto da scoprire ed analizzare.

Il problema che sottolinea Meyer è riguardo alla umanizzazione della sofferenza è la mancanza di empatia che si va a creare. Questo però, è un problema che non tocca soltanto i videogiochi, ma ogni tipo di media che ci circonda, in primis i programmi di cronaca, come i telegiornali.

Come avevo già accennato all’interno di un mio vecchio editoriale, quello riguardo la psicologia di The Last Of Us, con immagini di guerre e dolori, propinate alle persone giornalmente senza dare il giusto peso, si crea quel meccanismo di assuefazione che ci porta a non riuscire più ad empatizzare con certi tipi di avvenimenti.

Questo meccanismo può intaccare le funzionalità emotive e cognitive di qualsiasi persona, a qualsiasi età, soprattutto se si pensa a personalità instabili, anche adulte, cresciute per esempio in ambienti inadatti o sfavorevoli. Questi ultimi sono menti incredibilmente malleabili, con la capacità di empatia spesso non del tutto sviluppata a causa delle condizioni famigliari, non adatte allo sviluppo di questo tipo di emozioni.

Ovviamente però, se questi tipi di media vengono somministrati a bambini di 11-12 anni il rischio è ancora più alto e pericoloso. A quest’età, infatti, il sentimento dell’empatia è ancora in fase di sviluppo. E sotto questo punto di vista, come alcune tipologie di programmi andrebbero tenuti lontano dai bambini, così ovviamente anche certi videogiochi. Il PEGI esiste per qualcosa o no? Ovviamente però no. Bambinetti di 12 anni comprano giochi categorizzati PEGI 18 ormai giornalmente, senza problemi, a causa anche di genitori totalmente irresponsabili (che non dovrebbero proprio cimentarsi nel mestiere di genitori, così, per il bene dell’umanità per esempio).

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Un gioco sulla guerra secondo me non dovrebbe mai far divertire, ma soltanto riflettere e far scaturire nel giocatore un senso di disagio e di fastidio. Io voglio giocare a Call of Duty e sentirmi una persona orribile, sentirmi in colpa, sentire di star facendo qualcosa di sbagliato, dentro qualcosa che non dovrebbe esistere. Questo dovrebbe essere il fulcro di questa tipologia di titoli, non assolutamente il numero di kill. Allora sì che sarebbero dei capolavori di gioco. Pregni di empatia e capaci di educare emotivamente attraverso il media il giocatore.

A questo obiettivo ci arriva un titolo Ubisoft molto bello: Valiant Hearts che in modo non eccessivamente pesante pone l’attenzione sull’insensatezza di questo fenomeno che è la guerra. O come fa alla perfezione il titolo della 11Bit Studios: This War of Mine (di cui vi parlo qui), che ci mette per la prima volta nei panni dei civili e non dei soldati.
Ovvio però che se un gioco non diverte, non vende e addio mercato. D’altronde, Valiant Hearts o This War of Mine quante copie avranno venduto? E invece tutti i Call Of Duty? Non penso proprio che vi serva la mia risposta a questa domanda, d’altronde basta chiedere: conoscete tutti e tre i titoli o soltanto uno?

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Alla fine, il discorso che sto facendo è questo: andrebbe cambiato l’approccio di ogni tipo di media, non soltanto dei videogiochi. Da una parte bisogna farlo per colpa di alcuni metodi educativi che hanno portato alla crescita di individui instabili e dall’altra perché non possiamo continuare a vivere circondati da immagini di orrori che ci portano ad abituarci ad essi. Perché è vero, ignorare il problema non è assolutamente la soluzione, ma ricordarcelo in maniera brutale e ossessiva tutti i giorni (non parlo soltanto delle guerre, ma anche di omicidio o altri tipi di violenze) rischia di portare al risultato opposto di quello che abbiamo bisogno di ottenere.


E voi invece? Qual è la vostra opinione sull’argomento?

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Luca Brajato
Appassionato della psiche umana unisco questo mio interesse alle altre mie passioni: videogiochi, anime e manga. Sono uno scrittore in erba alla continua ricerca di ispirazione.

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